sabato 10 dicembre 2016

The face on the bar room floor (Charlot pittore)

A cura di Giacomo Braglia, Rebecca Francesconi, Davide Scardigli (classe II^SA, Liceo "A. Vallisneri" di Lucca)

The face on the bar room floor (Charlot pittore)

REGIA: Charles Chaplin

SCENEGGIATURA: Charles Chaplin, dalla poesia di Hugh Antoine d’Arcy,

Interpreti: Charles Chaplin (pittore), Cecile Arnold (Madeline), Fritz Schade (l’amante che la rapisce), Vivian Edwards (una donna), Chester Conklin (un bevitore), Harry McCoy, Hank Mann, Wallace McDonald (altri bevitori)
PRIMA PROIEZIONE: 10 agosto 1914
DURATA: 1020 piedi (12 minuti circa)


Un insolito Charlot, interpretato da Charlie Chaplin, si trova in un bar a intrattenere i presenti con il racconto delle sue più recenti vicende, racconto che induce gli altri avventori ad offrirgli da bere.


La sua triste storia si svolge in uno studio d’arte dove insieme alla sua assistente Madeline (in precedenza sua musa per un ritratto), di cui si è infatuato, realizza un ritratto, su commissione, di un suo amico, vicino di casa. Una volta ultimato il ritratto, questi fuggirà insieme all’assistente di Charlot che gli lascerà un biglietto.


Charlot infuriato distrugge il ritratto. Passato un anno, lo sfortunato pittore riesce a dimenticare Madeline fino a quando un giorno, al parco, rivede il suo vicino con la moglie ed i figli.


Charlot capisce che costui ha raggirato la donna che amava e disperato si reca nel bar, dove si scommetteva sulle partite di baseball , e per farsi offrire da bere racconta a tutti i presenti la sua storia. Ormai completamente ubriaco, prova a disegnare sul pavimento del bar la faccia delle sua amata assistente e in preda al delirio si accascia svenuto.

Rassegna stampa

In The face on the bar room floor fa il suo ingresso la tentazione chapliniana verso il “patetico”, soprattutto con un “happy end” vagamente contraddittorio (in cui Charlie appare soddisfatto perché finalmente solo). (Tratto da Charlie Chaplin, edizioni il Castoro, a cura di Giorgio Cremonini).
Sul film che segnò il debutto registico di Chaplin permangono alcune incertezze. Nell’autobiografia del 1964, Chaplin lo indicò come “Caught in the rain” (Charlot e la sonnambula). Ma in una lettera scritta a Sydney il 9 agosto del 1914 Chaplin aveva incluso una lista di tutti i film interpretati durante i 7 mesi della sua permanenza alla Keystone, ed era stato attento a segnare le parole –My Own- (Tutto Mio) accanto al titolo dei 6 che aveva diretto personalmente: in ordine di uscita si tratta di Twenty minutes of love (Charlot pazzo di amore, uscito il 20 aprile), Charlot e la sonnambula (4 maggio), Charlot e il manichino (20 giugno), Laughing gas (gas esilarante, 9 luglio), The property man (dietro le quinte 1 agosto) e THE FACE ON THE BAR ROOM FLOOR (Charlot pittore, che sarebbe stato presentato il 10 agosto il giorno successivo della stesura della lettera a Sydney). (Tratto da Chaplin di David Robinson)

Il poema originale da cui è tratto il film

The face upon the Barroom Floor” è una poesia originalmente scritta dal poeta Henry Titus nel 1872. Una versione successiva fu adattata dalla poesia di Titus da Hugh Antoine d’Arcy nel 1887 e pubblicata la prima volta sul New York Dispatch. Ve la proponiamo nell'originale inglese, contrappuntata dalle immagini del film.

Twas a balmy summer evening and a goodly crowd was there,

Which well-nigh filled Joe's barroom on the corner of the

square,

And as songs and witty stories came through the open door

A vagabond crept slowly in and posed upon the floor.


Where did it come from?” someone said. “The wind has

blown it in.”

What does it want?” another cried, “Some whiskey, rum or

gin?”

Here Toby, seek him, if your stomach is equal to the work —

I wouldn't touch him with a fork, he’s filthy as a Turk.”

This badinage the poor wretch took with stoical good grace;

In fact, he smiled as though he thought he'd struck the proper

place.

Come boys, I know there's kindly hearts among so good a

crowd —

To be in such good company would make a deacon proud.”

Give me a drink — that’s what I want — I'm out of funds

you know;

When I had cash to treat the gang, this hand was never slow.

What? You laugh as though you thought this pocket never

held a sou:

I once was fixed as well, my boys, as any of you.”

There thanks, that’s braced me nicely; God Bless you one

and all;

Next time I pass this good saloon, I'll make another call.

Give you a song? No, I can't do that, my singing days are past;

My voice is cracked, my throat's worn out, and my lungs are

going fast.

Say, give me another whiskey, and I'll tell you what I'll do —

I'll tell you a funny story and in fact I'll promise two.

That I was ever a decent man, not one of you would think;

But I was, some four or five years back. Say, give me another

drink.

Fill 'er up, Joe, I want to put some life into this old frame —

Such little drinks, to a bum like me are miserably tame;

Five fingers — there, that's the scheme — and corking

whiskey too.

Well, here's luck, boys; and landlord, my best regards to you.

You’ve treated me pretty kindly, and I'd like to tell you how

I came to be this dirty sap, you see before you now.

As I told you once, I was a man with muscle, frame and

health,

And, but for a blunder, ought have made considerable wealth.

I was a painter — not one that daubed on bricks or wood,

But an artist, and for my age I was rated pretty good,

I worked hard at my canvas and bidding fair to rise,

For gradually I saw the star of fame before my eyes.


I made a picture, perhaps you've seen, 'tis called the 'Chase of

Fame.'

It brought me fifteen hundred pounds and added to my name.

And then I met a woman — now comes the funny part

With eyes that petrified my brain, and sank into my heart.

Why don't you laugh? 'Tis funny, that the vagabond you see

Could ever love a woman and expect her love for me;

But 'twas so, and for a month or two, her smiles were freely

given,

And when her loving lips touched mine it carried me to

heaven.

Did you ever see a woman for whom your soul you'd give,

With a form like the Milo Venus, too beautiful to live;

With eyes that would beat the Koh-i-noor, and a wealth of

chestnut hair?

If so, 'twas she, for there never was another half so fair.

I was working on a portrait, one afternoon in May,

Of a fair haired boy, a friend of mine, who lived across the

way.

And Madeline admired it, and much to my surprise,

Said she'd like to know the man who had such dreamy eyes.

She didn't take long to find him, and before the month had

flown

My friend had stolen my darling, and I was left alone.

And, ere a year of misery had passed above my head.

The jewel I treasured so had tarnished, and was dead.


That's why I took to drink, boys. Why, I never see you smile,

I thought you'd be amused, and laughing all the while.

Why, what's the matter friend? There's a teardrop in your eye.

Come, laugh like me; 'tis only babes and women that should c

ry.

Say boys, if you give me just another whiskey, I'll be glad,

And I'll draw right here the picture, of the face that drove me

mad.

Give me that piece of chalk with which you mark the baseball

score —

And you shall see the lovely Madeline upon the barroom floor.

Another drink, and with chalk in hand, the vagabond began,

To sketch a face that well might buy the soul of any man.

Then, as he placed another lock upon that shapely head,

With a fearful shriek, he leaped and fell across the picture —

dead!



Commento finale

Il film di Chaplin rientra nella serie dei lavori realizzati per la Keystone e risente di uno stile e di una regia ancora piuttosto incerti. Il classico tema dell'equivoco che scatena inseguimenti e gag slapstick è qui sostituito da una storia melanconica e patetica a tratti piuttosto confusa (circolano più versioni montate in modo diverso). Lo Charlot pittore (vediamo proprio Chaplin dipingere un tratto di un quadro) è un unicum che non rivedremo nella sua filmografia e la stessa derivazione letteraria (dal poema di D'Arcy) è piuttosto inusuale. La storia d'amore è basica e il tradimento alquanto semplicistico da un punto di vista narrativo. Il pre-finale poi si apre a diverse interpretazioni: l'amico sta passeggiando con la moglie o con Madeline? Ma la torma di figlioli che si porta appresso da dove salta fuori se vi è una didascalia che accenna ad un passaggio temporale di appena un anno tra l'abbandono dello studio d'arte e l'incontro nel parco? Il sospiro di sollievo di Charlot (quasi che volesse sottolineare come avesse scampato un destino da marito con una folta prole) mal si collega con la disperazione finale che nel poema conduce il protagonista alla morte e che nella comica porta Charlot ad una potente sbronza. Emerge in modo superficiale il tema del desiderio che nasce come proiezione interiore che si materializza in una immagine, in quanto tutti i personaggi sembrano prima infatuarsi dei ritratti che delle persone che rappresentano. Le proverbiali piroette dello Charlot ubriaco, che erano già nella storia del cinema, contrastano con le evoluzioni pittoriche di un artista in ambiente borghese, molto meno usuali nel cinema di Chaplin. Un pastiche poco riuscito. (Pier Dario Marzi)




mercoledì 2 marzo 2016

L'Emilio di Jean Jacques Rousseau, estratti


L’Emilio: libro III, l’insegnamento tra i 12 e i 15 anni

L’insegnamento non consiste in una trasmissione di informazioni da docente a discente, bensì nella posizione, volta a volta, di problemi che il discente stesso dovrà poi risolvere. L’insegnamento, se è legittimo ancora utilizzare questo termine, si risolve pertanto: 1) nella posizione di un problema che il discente dovrà risolvere; 2) nel mostrare come la risoluzione di quel problema abbia una ricaduta pratica, cioè nel mostrare l’utilità di quello specifico sapere.

Rendete il vostro allievo attento ai fenomeni della natura, ben presto lo renderete curioso; ma, per nutrire la sua curiosità, non affrettatevi mai a soddisfarla. Mettete le questioni alla sua portata, e lasciategliele risolvere.  Che non sappia nulla perché voi glielo avete detto, ma perché lo ha capito lui stesso; che non impari la scienza, ma la inventi. (Libro III, 2) 

…Se non si deve esiger niente dai bambini per obbedienza, ne segue che non possono imparare nulla di cui non sentano il vantaggio presente ed attuale, sia di diletto, sia d’utilità; altrimenti che motivo li indurrebbe ad apprendere? (Libro II, 14) 

…Osservavamo la posizione della foresta a nord di Montmorency, quando egli m’interruppe con la sua importuna domanda: A che serve ciò? Avete ragione, gli dico, bisogna pensarci con comodo; e se troveremo che questo lavoro non serve a niente, non lo riprenderemo più, giacché non ci mancano certo i divertimenti utili. Ci si occupa d’altro, e per il resto della giornata non si parla più di geografia. 

…L’indomani mattina gli propongo una passeggiata prima di colazione; egli non domanda di meglio: per correre i bambini sono sempre pronti e questo ha buona gambe. Entriamo nella foresta e percorriamo i prati, ci sperdiamo, non possiamo più ritrovare la nostra strada. Il tempo passa, viene caldo, cominciamo ad aver fame; ci affrettiamo, erriamo vanamente da una parte all’altra, dappertutto non troviamo che boschi, cave, spianate, nessun indizio per raccapezzarci. […] Dopo qualche istante di silenzio gli dico con aria inquieta: Mio caro Emilio, come faremo ad uscire di qui?  Emilio:  Non lo so. Sono stanco; ho fame; ho sete; non ne posso più. Gian Giacomo:  Credete che io stia meglio di voi? E pensate che mi asterrei dal piangere se potessi far colazione con le mie lagrime? Non si tratta di piangere, si tratta di raccapezzarci. Vediamo il vostro orologio; che ora è? Emilio:  E’ mezzogiorno e sono digiuno.

Gian Giacomo:  E’ vero, è mezzogiorno e sono digiuno.

Emilio:  Oh! Che fame dovete avere!

Gian Giacomo:  Il male è che il mio desinare non mi verrà a cercare qui. E’ mezzogiorno: è precisamente l’ora in cui ieri, da Montmorency, osservavamo la posizione della foresta. Se noi potessimo anche osservare dalla foresta Montmorency?

Emilio:  Sì; ma ieri noi vedevamo la foresta, e da qui non vediamo la città.

Gian Giacomo:  Ecco il male….. se potessimo fare a meno di vederla per trovare la sua posizione?

Emilio:  O mio buon amico!

Gian Giacomo: Non dicevamo che la foresta era…

Emilio:  A nord di Montmorency.

Gian Giacomo:  Di conseguenza Montmorency dev’essere…..

Emilio:  A sud della foresta.

Gian Giacomo:  Noi abbiamo un mezzo di trovare il nord a mezzogiorno.

Emilio:  Sì, con la direzione dell’ombra.

Gian Giacomo:  Ma il sud?

Emilio:  Come fare?

Gian Giacomo: Il sud è l’opposto del nord.

Emilio:  Questo è vero; basta cercare l’opposto dell’ombra. Oh! Ecco il sud! Ecco il sud! Certo Montmorency è da quest parte; cerchiamo da questa parte.

Gian Giacomo:  Potete aver ragione: prendiamo questo sentiero attraverso il bosco.

Emilio:  Ah! Io vedo Montmorency! Eccola, proprio davanti a noi, tutta in vista. Andiamo a mangiare, andiamo a desinare; corriamo presto: l’astronomia serve a qualche cosa. Badate che se egli non dirà quest’ultima frase, la penserà; poco importa, purché solo non sia io a dirla.


A partire dal 1749 Rousseau è uno dei collaboratori dell'Encyclopédie, opera per la quale scriverà diversi articoli soprattutto di argomento musicale. Vive nell'ambiente degli intellettuali parigini a stretto contatto con le personalità più influenti del movimento illuminista, al cui gruppo per un certo periodo appartiene. Ma nel dicembre del 1757 si consuma la rottura con gli amici di un tempo: gli illuministi si distaccano da lui, egli da loro, sempre più duramente. E’ sua la scelta della solitudine, dalla quale parla al suo pubblico attraverso i suoi libri testimoniando con la sua vita il rifiuto della società del tempo. Indipendentemente da problemi dovuti a incomprensioni ed a motivi personali di conflitto, che pure vi furono, la radice profonda del dissidio con il gruppo dei philosophes è nella diversa visione dell'uomo. Rousseau sottolinea il ruolo della coscienza e del sentire, morale e religioso, e diffida della concezione illuminista della ragione. È contrario all'ateismo, diffuso tra i ceti elevati della società francese, così contrario al comune sentire del popolo. Rispetto alla società letteraria del tempo Rousseau prende il più possibile le distanze e si appella al pubblico. Questo è il clima spirituale nel quale, nell'isolamento di Montmorency, nascono parallelamente il Contratto sociale e l'Emilio.
 
Il manoscritto di quest'ultimo viene stampato contemporaneamente a Parigi e ad Amsterdam, superate le resistenze dello stesso Rousseau che, a causa di un capitolo in esso presente, Professione di fede del vicario savoiardo, teme per le conseguenze della pubblicazione dell'opera in Francia. Aveva ragione di temere. Essa appare nel maggio del 1762, e già il 9 giugno il parlamento di Parigi accogliendo la richiesta del Fleury - l'uomo che aveva attaccato l'Encyclopédie - condanna a maggioranza l'Emilio «ad essere lacerato e dato alle fiamme dall'Esecutore dell'Alta Giustizia». Avvertito nella notte dell'arresto imminente, Rousseau deve immediatamente fuggire. Due giorni dopo l'opera viene data alle fiamme sui gradini del Palazzo di giustizia. Quindi si ha una analoga condanna da parte di Ginevra - condanna particolarmente dolorosa per Rousseau. Poi nell'agosto il vescovo di Parigi mette il libro all'indice e nell'ottobre giunge la condanna dello stesso Papa Clemente XIII.
L’Emilio: Libro IV, Professione di fede di un vicario savoiardo
Appendice che precede la professione e che puntualizza quale idea abbia Rousseau riguardo l’insegnamento tradizionale della religione:
L’uomo no comincia facilmente a pensare, ma non appena comincia non cessa più. Chiunque ha pensato penserà sempre, e l’intelletto esercitato alla riflessione, non può più restare in riposo. All’idea di Diosi arriva solo lentamente e per astrazione, partendo dalle esperienze sensibili…la parola spirito non ha alcun significato per chi non ha filosofato. L’uso prematuro di tali concetti non fa che promuovere concezioni inadeguate e antropomorfiche dello spirito e della divinità. Concepire l’idea di Dio significa concepire una sostanza o causa assoluta, che abbraccia e spiega tutto l’ordine dell’Universo, ciò è appunto la più alta delle astrazioni…Prevedo quanti lettori saranno sorpresi nel vedermi seguire tutta la prima età del mio allievo senza parlargli di religione. A quindici anni non sapeva se aveva un’anima e forse a diciotto non ancora tempo che lo impari…se avessi da dipingere la stupidità importuna, dipingerei un pedante che insegna il catechismo ai fanciulli; se volessi rendere un bambino pazzo, lo obbligherei a spiegare ciò che dice recitando il suo catechismo. Mi si obbietterà che la maggior parte dei dogmi cristiani sono dei misteri…non vedo cosa ci si guadagni a insegnarli ai bambini, salvo che insegnar loro a mentire assai per tempo. Bisogna credere in Dio per essere salvati. Questo dogma mal inteso è il principio della sanguinaria intolleranza e la causa di tutte quelle vane istruzioni che portano il colpo mortale alla ragione umana abituandola ad accontentarsi di parole…non c’è un momento da perdere per meritare la salute eterna; ma se per ottenerla, è sufficiente ripetere certe parole, non vedo cosa ci impedisca di popolare il cielo di storni e di gazze così come di bambini…la fede dei fanciulli e di molti uomini è un affare di geografia. Saranno ricompensati per essere nati a Roma piuttosto che alla Mecca? Si dice ad uno che Maometto è il profeta di Dio…si dice all’altro che Maometto è un furfante…Sarebbe meglio non avere alcuna idea della Divinità, piuttosto che averne idee basse, fantastiche ed ingiuriose indegne di lei…
Questa «Professione di fede» si può dividere in tre parti: 1) racconto delle disavventure personali che misero il Vicario in uno stato d’animo di incertezza e di dubbio, avendo scosso la sua fede nella giustizia, e vano ricorso ai filosofi per averne illuminazione; 2) delinea­zione in forma argomentativa di un completo sistema di religione naturale; 3) discussione sul problema della ri­velazione e su quello della preferibilità di una o di un’al­tra particolare religione rivelata. Qui di seguito saranno in parte riportate, in parte maggiore riassunte le parti 2) e 3).
Compresi che, lungi dal liberarmi dai miei dubbi inutili, i filosofi non avrebbero fatto che moltiplicare quelli che mi tormentavano e non ne avrebbero risolto alcuno. Presi dunque un’altra guida e mi dissi: consultiamo il lume interiore, esso mi svierà meno che quelli non mi sviino o in ogni caso il mio er­rore sarà il mio, e mi depraverò meno seguendo le mie proprie illusioni che abbandonandomi alle loro menzogne.
 
Io credo che una volontà muova l’universo e animi la natura. Se la materia in quanto mossa mi rivela una volontà, la materia mossa secondo precise leggi mi rivela un’intelligenza. L’uomo è dunque libero nelle sue azioni e, come tale, animato da una sostanza immateriale.
Io esisto, e ho dei sensi per mezzo dei quali sono impressionato. Ecco la prima verità che mi colpisce, e alla quale sono forzato ad assentire…Le mie sensazioni si svolgono in me, poiché esse mi fanno sentire la mia esistenza; ma la loro causa mi è estranea, poiché esse mi impressionano mio malgrado, e non dipende da me né produrle né annul­larle. Concepisco dunque chiaramente che la sensa­zione che è in me, e la sua causa o il suo oggetto che sono fuori di me, non sono la stessa cosa. Così, non soltanto io esisto, ma esistono degli altri esseri, cioè gli oggetti delle mie sensazioni; e quand’anche questi oggetti non fossero che delle idee, è sempre vero che queste idee non sono io.
Ora, tutto quello che sento fuori di me e che agisce sui miei sensi, io lo chiamo materia; e tutte le porzioni di materia che concepisco riunite in esseri individuali, le chiamo corpi. Così tutte le dispute de­gli idealisti e dei materialisti non significano niente per me: le loro distinzioni sull’apparenza e la realtà dei corpi sono delle chimere.
Le prime cause del movimento non sono affatto nella materia; essa riceve il movimento e lo comu­nica, ma non lo produce. Più osservo l’azione e reazione delle forze della natura agenti le une sulle altre, più trovo che, d’effetto in effetto, bisogna sem­pre risalire a qualche volontà come causa prima; ammettere infatti un regresso di cause all’infinito equivale a non ammettere niente. In una parola, ogni movimento che non è prodotto da un altro, non può venire che da un atto spontaneo, volontario; i corpi inanimati non agiscono che per mezzo del movimento, e non vi sono affatto delle vere azioni senza volontà. Ecco il mio primo principio. Io credo dunque che una volontà muove l’universo e anima la natura. Ecco il mio primo dogma, o mio primo articolo di fede.
Se la materia mossa mi mostra una volontà, la materia mossa secondo certe leggi mi mostra una intelligenza: questo è il mio secondo articolo di fede. Agire, confrontare, scegliere, sono le operazioni di un essere attivo e pensante: dunque questo essere esiste. Dove lo vedete esistere? mi state per dire. Non soltanto nei cieli che ruotano, nell’astro che ci rischiara; non soltanto in me stesso, ma nella pecora che pascola, nell’uccello che vola, nella pietra che cade, nella foglia che trasporta il vento.
…Ignoro perché l’universo esiste, ma non cesso mai di guar­dare come è modificato…Io non so, direbbe, a che serve tutto questo; ma vedo che ciascun pezzo è fatto per l’altro; ammiro l’operaio nei particolari della sua opera, e sono ben sicuro che tutte queste ruote non vanno così di concerto che per un fine comune che mi è impÈ impossibile pensare che quest’armonia venga dal caso, per quanto possa supporre immenso il numero dei casi possibili Sarebbe come pensare che « dei caratteri di stampa, gettati a caso, hanno dato l’Eneide bell’e for­mata ». Il mondo è dunque «governato da una volontà potente e saggia». Le varie difficoltà metafisiche che pos­sono sorgere passano in seconda linea di fronte a questa verità luminosa.
«Questo essere che vuole e che può, questo essere attivo per se stesso, questo essere infine, qualunque esso sia, che muove l’universo e ordina tutte le cose, io lo chiamo Dio. Unisco a questo nome le idee di intelligenza, di potenza, di volontà, che ho già riu­nite, e quella di bontà che ne è una conseguenza neces­saria.» Tuttavia di questo essere so ben poco, per quanto lo veda dappertutto nelle sue opere.
Se poi mi volgo a considerare qual posto occupo io, uomo, nell’ordine delle cose, sono colpito dalla mia ec­cellenza. L’uomo è veramente «il re della terra che abi­ta», la sua perfezione è incommensurabilmente maggiore di quella di ogni altra cosa o essere vivente. Ciò suscita in me un «sentimento di riconoscenza e di benedizione per l’autore della mia specie, e da questo sentimento viene il mio primo omaggio alla divinità benefattrice. Adoro la potenza suprema e mi intenerisco sui suoi be­nefici».
Ma se poi considero la società umana come tale, il quadro muta totalmente, non vi vedo che confusione e disordine, e nasce il problema di spiegare «il male sulla terra».
…L’uomo è dunque libero nelle sue azioni, e come tale animato da una sostanza immateriale, questo è il mio terzo articolo di fede. Da questi primi tre dedurrete facilmente tutti gli altri, senza che io con­tinui a tenerne il conto.
Iddio ha preferito farmi libero, lasciandomi con ciò la possibilità di volgermi al male, piuttosto che farmi buono per forza: «E che! per impedire all’uomo di es­sere cattivo, bisognava limitarlo all’istinto e farlo bestia?».
Messo assieme così questo corpo di credenze essen­ziali, rimane il problema delle massime da trarne per la mia condotta. Esse si trovano in fondo al mio cuore, nella mia coscienza che è la migliore guida, «il migliore di tutti i casisti», con la quale non si mercanteggia. «La coscienza è la voce dell’anima, le passioni sono la voce del corpo.» La voce della coscienza, pur debole, è pre­sente in tutti, e non ha nulla a che fare con l’interesse, Troviamo i suoi dettami essenziali affermarsi più o meno presso tutti i popoli e in tutte le epoche. Essa non è un portato dell’educazione. Sua funzione è di indicarci dei «beni morali» per conseguire i quali si affronta talvolta anche la morte. Ma com’è possibile che la coscienza si imponga al nostro essere sensitivo? È perché essa stessa è piuttosto un sentimento, un istinto, che un’idea astratta.
Esistere per noi è sentire; la nostra sensibilità è incontestabilmente anteriore alla nostra intelligenza, e noi abbiamo avuto sentimenti prima che idee. Quale che sia la causa del nostro essere essa ha provveduto alla nostra conservazione dandoci dei sentimenti con­venienti alla nostra natura; e non si potrebbe negare che almeno quelli siano innati. Questi sentimenti, quanto all’individuo, sono l’amore di sé, la paura del dolore, l’orrore della morte, il desiderio del benessere. Ma se, come non si può dubitare, l’uomo è socievole per sua natura, o almeno fatto per diventarlo, egli non può esserlo che per altri sentimenti innati, relativi alla sua specie; infatti, a non considerare che il bisogno fisico, questo deve certamente disperdere gli uomini anziché avvicinarli. Ora è dal sistema mo­rale formato per mezzo di questo duplice rapporto con se stesso e con i suoi simili che nasce l’impulso della coscienza 1“. Conoscere il bene non è amarlo: l’uomo non ne ha una conoscenza innata; ma non ap­pena la sua ragione glielo fa conoscere, la sua co­scienza lo porta ad amarlo; è questo sentimento che è innato.
Quando il Vicario ha finito il suo ispirato discorso, nel quale R. vede, su per giù, «il teismo [13] o la religione naturale, che i cristiani affettano di confondere con l’atei­smo o l’irreligione, che è la dottrina direttamente oppo­sta», il giovane suo ascoltatore chiede che gli parli della Rivelazione, delle Scritture, dei dogmi.
Il Vicario sembra cambiare tono: in queste questioni non vede che «imbarazzo, mistero, oscurità», non vi sente che «incertezza e diffidenza». Inizia criticando l’idea di Rivelazione, per l’impossibilità stessa di provarla tale. I miracoli, a parte la loro attendibilità, non provano niente neanche per il credente: «dopo aver provato la dottrina per mezzo del miracolo, bisogna provare il mira­colo per mezzo della dottrina, per paura di scambiare l’opera del demonio con l’opera di Dio»; infatti le stesse Scritture dicono che i miracoli di un profeta annunziante degli dèi stranieri sono buone ragioni per metterlo su­bito a morte. Le profezie sarebbero credibili solo da chi ne fosse testimonio diretto, e fosse poi altresì testimo­nio dell’avvenimento, e potesse tassativamente escludere che si tratti di coincidenza fortuita.
Si tratterebbe semmai di scegliere tra le diverse re­ligioni razionalmente, in base ad un giudizio motivato. Ma come fondare un tale giudizio? Dove una religione predomina, le ragioni delle altre vengono distorte, e nep­pure i pochi che le professano hanno il coraggio di esporle senza riserve. Se gli uomini volessero sul serio operare una tale scelta, dovrebbero viaggiare e studiare tutta la vita, e nel mondo non si farebbe più altro, se pure la società potesse sussistere.
Unica rivelazione, unico «libro» è quello della na­tura. La «santità del Vangelo » è un argomento che parla al cuore, ma perciò appunto siamo autorizzati a trarne tutto quanto il cuore approva e cosi la nostra ragione, non le « cose incredibili », le « cose che ripugnano alla ragione », che pure vi sono.
Ecco lo scetticismo involontario nel quale sono rimasto; ma questo scetticismo non mi è per niente penoso, perché non si estende affatto ai punti essen­ziali per la pratica, e perché io sono ben deciso sui principi di tutti i miei doveri. Io servo Dio nella semplicità del mio cuore. Non cerco di sapere che ciò che è importante per la mia condotta. Quanto ai dogmi che non influiscono né sulle azioni, né sulla condotta, e per i quali tanta gente si tormenta, io non ci sto punto in angustie. Considero tutte le reli­gioni particolari come tante istituzioni salutari che prescrivono in ciascun paese una maniera uniforme di onorare Dio per mezzo di un culto pubblico, e che possono tutte aver le loro ragioni in base al clima, al governo, al genio del popolo, o a qualche altra causa locale che rende l’una preferibile all’altra, secondo i tempi e i luoghi. Io le credo tutte buone quando vi si serve Dio convenientemente. Il culto essenziale è quello del cuore.
La conclusione cui giunge il Vicario è che ciascuno farebbe bene ad accettare completamente la religione del suo paese, con questa sola, ma decisiva riserva: di op­porsi ad ogni suo aspetto di intolleranza. Perciò consiglia al giovane Rousseau di tornarsene a Ginevra e di ripren­dere la. religione dei suoi padri, giacché «nell’incertezza in cui siamo, è una presunzione imperdonabile il profes­sare un’altra religione che non sia quella in cui si è nati».  “Figlio mio, tenete la vostra anima in stato da deside­rare che vi sia un Dio, e non ne dubiterete mai», asse­risce il Vicario come ultimo succo di tutti i suoi ragiona­menti, e conclude con un’ultima puntata polemica contro le «desolanti dottrine» dei filosofi materialisti, che pure « si vantano ancora di essere i benefattori del genere umano ».
 
 
 
 
 
 
 
 

lunedì 15 febbraio 2016

La nostra Teodicea

Aforismi e pensieri degli studenti delle classi IV^A e IV^F del Liceo Scientifico Barsanti e Matteucci, estratti da elaborati più complessi sul tema del rapporto tra l'esistenza di Dio e l'esistenza del Male nel mondo. Il titolo è ispirato al saggio di Leibniz dal titolo "Teodicea"



Vi immaginate un mondo in cui esiste soltanto il bene? ...Immaginiamo una strada stretta stretta dove può passare soltanto una persona per volta, vi immaginate la scena? Una lunga serie di “ma no passi prima lei”, “ma no, si figuri” …e così all’infinito. Probabilmente sarebbe un mondo invivibile.         Hp Barroccioman


Perché c’è il male nel mondo se Dio è buono?  E’ quasi impossibile trovare una risposta, tante persona hanno provato a trovarne una, filosofi o non filosofi. La risposta più facile che possiamo dare porterebbe a dubitare dell’esistenza di Dio, ma allora com’è che noi siamo al mondo? …l’unica risposta che mi viene in mente, per spiegare il male nel mondo, è quella che, se ci fosse solo il bene o solo il male, il mondo sarebbe perfetto e io credo che la perfezione non esista.                                                          Kilgrave


Chi saremmo noi se il male non esistesse? Forse saremmo persone migliori, sempre felici, o forse no, visto che non ci sarebbe più uno scopo nella vita, perché senza il male non si può apprezzare il bene e non si può essere felici per qualcosa di bello.                                                                                  A.


Secondo me il male deriva dal comportamento degli uomini, che, a sua volta, deriva dall’egoismo di questi che fanno di tutto per raggiungere ciò che vogliono e che procura loro piacere, senza preoccuparsi dei danni e delle conseguenze che provocano.                                                              Tempo al tempo


In fondo solo l’essere umano riesce a fare qualcosa di veramente cattivo. Gli animali sono mossi dall’istinto, gli eventi naturali dall’energia che muove l’universo, solo noi interpretiamo gli eventi e li giudichiamo buoni o cattivi e solo noi riusciamo a capire che una azione possa essere sbagliata e, nonostante tutto, agire in quella direzione.                                              Lampadina sempre spenta


Certo l’idea utopica della sola esistenza del bene piacerebbe a tutti, ma, se ci si pensa bene, essa è irrealizzabile; poniamo, per ipotesi, che non esista alcun male al mondo; si avrebbe come conseguenza che nessuno avrebbe bisogno di aiuto, o non ci sarebbe bisogno di fare qualcosa per il benessere di qualcuno, quindi non sarebbe possibile fare del bene e non esisterebbe neppure la possibilità di fare del bene, quindi neanche quest’ultimo esisterebbe…stesso discorso vale per la luce: una lampadina ad esempio, serve solo se ha qualcosa da illuminare, ma se non esistesse oscurità cosa illuminerebbe?                     Xehanort


Personalmente credo che il male, dato che esiste, è qualcosa che rende il mondo quello che è e, in qualche modo, serve a mantenerlo in equilibrio. Ad esempio, una persona che nell’arco della sua vita ha avuto molte disgrazie può trarre insegnamento da questo cercando di non far vivere ad altri quello che ha provato in prima persona, facendo così del bene.                                                           Libera


Il male serve per capire                                                          XOB


L’infelicità si ha quando ciò che accade non vorremmo che accadesse o quando non accade ciò che vorremmo che accadesse.                                                        Eyes Berg
 
L’uomo è costantemente insoddisfatto e la felicità deriva dall’accontentarsi di ciò che si ha o di ciò che è possibile ottenere facilmente…                                                   La Joka


Ogni azione e ogni cosa contengono una piccola percentuale di Male                                White Castel


Il Male è usato per far vedere all’uomo il vero senso dell’opera di Dio. Se il padre fa conoscere al figlio ciò che il Male produce, allora il figlio darà retta al padre                                       Defensor Fidei


Il Male nel mondo esiste perché esiste il bene. Non si potrebbe essere felici senza aver provato la tristezza, se tutto fosse solo Bene la gioia perderebbe il suo valore.                                  Soffione


Io mi chiedo come si possa credere in qualcosa di buono che ti porterà alla salvezza se ti priva della cosa più importante: la vita                                                                      Beatrice


Un uomo diventa cattivo, cioè imposta la sua esistenza verso il Male, quando nella sua vita non vede più il Bene.                                                           Miè da Vallelunga
 

Quando ero piccolo ero convinto che il Male fosse facile da combattere e che l’origine del Male stesso eravamo solo noi stessi. Crescendo ho capito che il Male non dipende soltanto da noi stessi ma anche da fattori esterni, come le persone o le cose a cui siamo legati.                                  Cinquino Maggiolino

Il Male, la presenza del dolore, sono momenti transitori della nostra vita in cui un vero colpevole di ciò che accade non c’è.                                                                             Arti

Durante la sua vita l’individuo deve trovare un equilibrio tra i due poli del Male e del Bene.      Girasole

L’origine del Male è nell’unicità di ogni essere umano; il Male non esisterebbe se fossimo tutti uguali.  Task Man


Ciò che ogni uomo può fare è accettare l’esistenza del Male e considerarlo parte integrante della vita     Socrate

Il Bene e il Male: uno non potrebbe esistere senza l’altro, un po' come la luce e il buio.            Ivan Nikolaevic 

L’essere umano, di per sé, non è estremamente malvagio ma, spesso, tende ad agire in maniera molto egoistica e ciò, in genere, è la causa di molti mali.                             Dark side of the Youth

Non potendo pensare ad un Dio benevolo e onnipotente, che possa far accadere così tante atrocità, preferisco vedere il Male come un concetto essenziale, indispensabile alla vita.                    LJ23

 

Una persona può fare del male anche nelle piccole cose; è capitato anche a me di farlo. Perché l’ho fatto? Non lo so con precisione, ma in quel momento, dopo aver fatto del male all’altra persona, non avevo né rimorsi né sensi di colpa. Credo però che ciò che fai agli altri ti ritorna sempre indietro; quindi ognuno è libero nelle proprie scelte, ma deve essere consapevole che la responsabilità di ciò che accade è solo dell’uomo e di nessun altro.                                                                 Oblivion


Nella vita esiste il Male per far si che noi si possa essere più forti dopo ogni ricaduta, per insegnarci e per metterci alla prova.                                                                         Neon


Il Male dipende dall’uomo che, essendo libero di scegliere, a volte imbocca la strada sbagliata che spesso è la più semplice.                                                                     Kollapik


Io non so da dove provenga il Male né se vi sia una soluzione per impedirlo, so soltanto che se un Dio esistesse veramente, sono portato a credere che non sia così misericordioso come molti pensano perché certe ingiustizie e tragedie nel mondo non dovrebbero accadere.                          Ridzatinova 

Nell’Universo il Male non esiste, esiste soltanto nel nostro cervello e spesso coincide con ciò che ci fa stare bene.                                                                                     Evasium

Il mondo è retto dall’equilibrio tra Bene e Male. Queste due componenti si trovano all’interno dell’uomo in parti uguali. L’uomo è libero di sviluppare a suo piacimento o il Bene o il Male, a seconda delle azioni che esso svolge. Lo sviluppo della componente benigna nell’uomo implica la riduzione della componente maligna. Dio è solo Bene, quindi è perfetto e infinito. Noi uomini, per quanto sviluppiamo la componente benigna della nostra anima, non potremo mai raggiungere la perfezione di Dio perché la nostra componente maligna non potrà mai essere annullata.                                        Orfeus

 


Nel grande disegno universale la differenza tra Bene e Male non esiste: tutto è Bene e tutto è Male; nulla è Bene e nulla è Male. La morte, il dolore, la tristezza, che l’uomo vede come Male, non è in realtà Male. L’amore, la gioia, la felicità non sono in realtà Bene, ma solo cose, fatti, eventi che possono essere visti da un’altra specie vivente in modo analogo o contrario.                                   Noble (117)


Noi viviamo in un universo che comprende milioni di miliardi di stelle con altrettanti pianeti annessi ad esse; questo vastissimo universo è la perfezione perché comprende tutto, sia il Bene che il Male. Dio, per essere perfetto, deve comprendere tutte le qualità esistenti, perché è tutto ciò che esiste, quindi anche il Male. L’esistenza del Male è rappresentazione di Dio tanto quanto il Bene.   Sic Parvis Magna


Come non credo nell’esistenza di Dio, non penso che il Male esista; a mio parere esso non è altro che una convenzione datasi dall’uomo per regolare la vita nella comunità in cui vive. Il Male può essere tale visto dall’ottica di chi lo subisce e può essere Bene per quello che lo opera.                 Dio è morto

Chi ci dà la certezza che Dio esiste? …pensando a tutto il Male che c’è nel mondo, questa fede in un Dio, viene sempre meno, fino a ridursi in polvere al vento…                                           Preguntà

Chi non crede in Dio deve attribuire il merito e la colpa dell’esistenza del Male e del Bene soltanto agli uomini.                                                                                   Duo

Dio, o in qualunque modo lo vogliamo chiamare, ha deciso di rischiare il tutto per tutto creando l’uomo, ha pensato che solo una miscela di Bene e Male avrebbe potuto dare origine alla vita e renderla in qualche modo vera e sincera.                                                                                 Odietamo


Dopo la morte non so cosa ci sia, mi piace pensare che ci sia un posto migliore o magari una reincarnazione, non lo so. Credo che molti altri coetanei la pensino come me o almeno similmente e penso che, piano piano, ci saranno meno persone che crederanno in Dio o che seguiranno la religione cristiana.         Dio non ha una religione

 


Alcuni uomini dicono che “Dio c’è ma non interviene e non si interessa degli affari dell’umanità”; bene, sarebbe un Dio insensibile ed ipocrita e io mi rifiuto di credere in qualcosa che non posso vedere, sentire o a cui non frega nulla di me e di quello che mi circonda.                                                    Fides

Credo che non ci sia un rapporto tra Dio e il Male. Probabilmente credo che il legame vero e proprio sia tra uomo e uomo. Da sempre il Male scaturisce da un rapporto con qualcun altro. A volte si può arrivare a voler male a se stessi. Non voglio neanche ipotizzare l’esistenza di un essere perfetto che se ne sta immobile ad osservare cose orribili come la malattia di un bambino o le vittime innocenti di una guerra.   Hoc Unum Scio, Me Nihil, Scire

Le cose che accadono non hanno qualità, ma solo caratteristiche; se queste hanno qualità, all’uomo non è dato sapere comunque la verità di esse; egli può solo darne una futile opinione.     Iuppiter


Il Male nel mondo c’è, è un dato di fatto, ma Dio ha posto la sua fiducia nell’umanità comportandosi come un padre farebbe con il figlio, cioè insegnando cosa è giusto e cosa è sbagliato, ma lasciando a lui la possibilità di scegliere, cosicchè possa imparare dai propri errori.                        Magnum alle mandorle

Come faccio a credere nella vita ultraterrena se non ho mai avuto testimonianze di essa? Come faccio a sapere che quel Dio, che non so neanche se esista, voglia il nostro bene?                   Cogito ergo cogito

Penso che ognuno di noi, da bambino, sia influenzato in molte scelte e una di queste è la religione. Ovviamente l’influenza maggiore è data dai genitori che spesso ci spingono a credere in qualcosa che a quell’età non ci interessa per niente; per noi Dio potrebbe essere come Babbo Natale: uno porta la vita, l’altro i regali…Un essere tanto perfetto e tanto buono non può essere colpevole di mali tanto grandi, quindi semplicemente non esiste. Penso anche che la scienza abbia provato sufficientemente come siamo nati, penso che credere in Dio sia una giustificazione per quello che va male nella vita.       H.xx

Io penso che l’esistenza del Male sia la prova della nostra libertà. Dio ha creato questo mondo e tutto ciò che c’è dentro.                                                                       Principius of regnus dei Divertinibus

Come mai Dio non interviene per impedire all’uomo di sbagliare e condurlo nuovamente sulla retta via? Il motivo è semplice: l’uomo per sviluppare il proprio carattere necessita di stimoli diversi tra di loro; se si imbattesse solamente in avvenimenti positivi svilupperebbe solamente un aspetto della propria personalità che lo renderebbe uguale agli altri. Il Male non si mostra agli uomini nelle stesse quantità, varia a seconda delle circostanze in modo tale da sviluppare anime diverse tra loro; in questo modo ogni uomo sviluppa un proprio carattere, la propria personalità, il proprio modo di ragionare e anche il proprio modo di muoversi e comportarsi.                                                                      Dissimilis

…in realtà esistono due tipi di mali, oltre al dolore e alla sofferenza fisica: il male utile e quello inutile. Quello utile è prodotto da quella parte dell’istinto che ci porta ad uccidere per sopravvivere. Quello inutile è quello che non fa parte dell’istinto e che ci porta a volere troppo, ciò che non ci serve veramente per essere felici e per fare del bene.                                           Il chirurgo

Seppur io creda fermamente in Dio e nei suoi eventuali interventi, penso che sia inutile sperare esclusivamente nel suo aiuto in una brutta situazione; noi dovremmo solo avere fede e contare principalmente su noi stessi, perché penso che se Dio potesse dire qualcosa a noi, direbbe: Quando fai le cose per bene, nessuno noterà che tu abbia fatto veramente qualcosa.    Infermabilus Unstoppable

Chi non sa distinguere il Bene dal Male ignora i pericoli che corre ed ha bisogno di una guida, altrimenti non potrà mai raggiungere la felicità. Le religioni, qualsiasi esse siano, possono fungere da guida ma, poiché tutte hanno come scopo finale la contemplazione di una divinità, indubbiamente allontanano dalla felicità suprema.                                                Supremum


Ogni individuo è egoista poiché è fine a se stesso; l’intrecciarsi degli obiettivi personali di tutti gli uomini porta agli infiniti contrasti e alla distruzione di molti di questi obiettivi…in una maratona di 1000 persone tutti vorrebbero vincere ma solo uno arriva per primo al traguardo frustrando gli obiettivi degli altri partecipanti.                                                                             Anonimus

Quattro pensieri completi che rappresentano una summa delle posizioni più ricorrenti: quella laica, quella religiosa, quella razionale e quella scettica o agnostica.


Personalmente non ho mai creduto in maniera convinta all’esistenza di un Dio ultraterreno e di certo non ho mai pensato che avesse le facoltà per determinare il Male e il Bene nella vita delle persone. Un qualunque essere umano, capace di intendere e di volere e con poteri pari a quelli di un Dio, non esiterebbe un secondo ad eliminare il Male dal mondo, vedendo le quotidiane scene di sofferenza, fame, povertà, guerra e malattia che buona parte della popolazione mondiale è costretta a subire. Inutile quindi prendersela con Dio quando avviene una disgrazia perché Lui poteva fare quanto noi, se non di più, per evitarla. Ogni uomo è padrone del suo destino e questo è un potere enorme. L’uomo è così potente che, ad esempio, può strumentalizzare la religione come pretesto per fare del male a chi vede il mondo in un’altra maniera. I miracoli esistono e vanno di pari paso con le disgrazie, ma non sono azioni contro ogni logica, fatte anonimamente da qualcuno dall’incerta esistenza, ma sono opere di grandissimo spessore fatte da umani verso altri umani. Ogni persona è, potenzialmente, il Dio di qualcun altro.                       Il tuo Dio

 

Facendo una riflessione sul nostro mondo, possiamo intuire che, nella vita di tutti i giorni, ci scontriamo con più cose negative che cose positive. Secondo me la causa principale che ci spinge a fare del male sta in noi stessi e non in qualcosa di ultraterreno. Infatti ogni persona, alla propria nascita, è pura e non soggetta né a fare del bene né a fare del male. Con il crescere si presentano di fronte a noi due strade, una che porterà al bene e una che porterà al male e sta a noi scegliere quale vogliamo intraprendere. Questa scelta può essere condizionata da chi sta vicino a noi e da ciò che ci viene consigliato di fare. Quindi l’artefice del male, se prodotto, è l’uomo stesso che, per mezzo delle sue gesta, sta mostrando perlopiù i lati negativi della nostra esistenza. Nel corso dei miei primi 18 anni di vita ho osservato che la maggior parte delle persone tende a prendere la strada del male perché la considera più facile rispetto a quella del bene e per il fatto che, pur non essendone consapevole, prendiamo da esempio persone che fanno cose sbagliate credendo che quella sia la strada che ci condurrà alla felicità e invece ci porta a rendere infelici gli altri e, in alcuni casi, a distruggere noi stessi. Secondo la mia idea, ognuno è libero di scegliere la propria strada col fine di arrivare ad essere felice, ma il raggiungimento di questa felicità deve avvenire senza arrestare e impedire la felicità altrui. Concludendo, l’uomo è creatore del male e quindi se vuole combatterlo e distruggerlo lo deve fare con il bene, senza un intervento divino che renderebbe vana la speranza dell’uomo.      MP4

 

A mio parere Dio, o quantomeno il Dio cristiano, non esiste. La dimostrazione epicurea della non esistenza – non curanza della divinità nei confronti del mondo mi pare ineccepibile e, a quanto ne so, manca di confutazioni efficaci e ragionevoli; poiché la non curanza andrebbe contro gli attributi del Dio cristiano, come individuati dai dogmi delle Sacre Scritture, ne risulta che non può esistere. Tolto di mezzo il problema dell’interferenza di una qualche divinità sull’Universo, non si può più attribuire il male ad una causa esterna all’universo stesso, in quanto questo comprende tutta la realtà e trascendere la realtà non è possibile. Il male, però, non esiste in forma assoluta, in quanto il bene di uno può essere il male di un altro: se un ladro fa un colpo grosso, questo per lui è un bene, per il derubato è un male. Alcune cose sono spesso considerate un male, come l’Olocausto e l’11 settembre, ma lo sono solo per la convenzione di una maggioranza di individui o per convenzione della parte che grida più forte (ne sono prova l’esistenza di persone che guardano ad entrambi gli eventi in luce positiva). Nel corso del tempo è cambiato più volte il concetto di male: nell’antichità era diffuso saccheggiare le città conquistate, oggigiorno è comunemente considerata una pratica barbarica e cattiva. Il concetto di cattivo e di buono, di male e di bene, è quindi cambiato nel corso del tempo, in base ai cambiamenti dell’uomo, ed in uno stesso tempo differisce a seconda del gruppo di riferimento. Queste sono osservazioni oggettive, non confutabili da voli pindarici, sia filosofici, sia morali o religiosi e se ne deduce che il male, come il bene, non sono che creazioni astratte, prive di sostanza in modo assoluto, ad opera dell’uomo e basate su convenzioni sociali o morali.    Epicuro sofista

 

Assumere l’esistenza di Dio pone il problema della causa del Male nel mondo. Se si ritiene che Dio sia causa diretta del Male, interpretato come puramente negativo, e si assume che perfezione significhi tendenza totale al Bene si può giungere alla contraddizione di un Dio non perfetto, che per la definizione cristiana di Dio, non ha senso (avrebbe, invece, senso, ad esempio, nel sistema pagano in cui gli Dei hanno caratteristiche più umane e quindi altri difetti). Di fronte a questa contraddizione è evidente che una delle due premesse, logicamente parlando, deve essere errata: o il male non è realmente negativo, o la perfezione non corrisponde alla tendenza a ciò che è ritenuto “bene”, oppure è falsa la terza premessa sottointesa, ovvero Dio non esiste. Nel primo caso si potrebbe argomentare che il Male è necessario per l’esistenza del Bene, di cui altrimenti non ci sarebbe concezione, o come prova da superare per l’umanità. D’altra parte, però, è difficile pensare che una divinità perfetta non abbia altro modo di mostrarsi e spingerci al Bene che non creare il Male, in quanto se ciò fosse vero si potrebbe sostenere che Dio, non avendo tale facoltà, non è perfetto. Se invece Dio insegna e spinge al Bene, scegliendo come metodo la creazione del Male si può sostenere che Dio, avendo scelto di creare il Male rispetto ad un’altra possibilità, non è veramente buono e perfetto. Poiché quindi entrambe queste possibilità portano a contraddizioni, la prima premessa è necessariamente vera e il male è effettivamente negativo. Riguardo alla seconda premessa, la sua negazione si può riassumere come la non corrispondenza tra il concetto di Male e Bene per Dio e per gli uomini. Di nuovo, però, non c’è motivo per cui un Dio perfetto non possa o non voglia creare un’umanità che condivida la sua concezione di Bene e di Male e che quindi segua il suo volere più facilmente: se infatti Dio non può fare ciò, come argomentato sopra, non è perfetto, e se non vuole, spinge l’umanità ad una concezione errata di Bene e di Male e quindi non necessariamente verso il Bene. Da ciò si desume che anche la seconda premessa è corretta e la concezione umana di Bene e di Male corrisponde con quella divina. Avendo quindi provato che il Male è effettivamente negativo e che la concezione umana di Bene e Male corrisponde con quella divina, crolla necessariamente la terza premessa sottointesa, ovvero l’esistenza di un Dio buono e perfetto. Negare la bontà di Dio mantenendone la perfezione è un controsenso e si deve quindi negare la perfezione di Dio e quindi la sua stessa esistenza. Unica scappatoia è l’escludere l’onnipotenza dai requisiti per la perfezione, arrivando quindi a un Dio limitato nei suoi modi di agire e che quindi potrebbe essere stato costretto a creare il Male pur non essendo malvagio. Accettando tale concezione, però, è necessaria una causa che costringa Dio a creare il Male rimuovendo le altre possibilità. Se tale causa è nella natura e si assume un Dio creatore, si giunge al controsenso di un Dio che crea la propria stessa limitazione liberamente, mentre se tali limitazioni sono imposte da un’altra entità, il problema di partenza si pone di nuovo e l’unica soluzione è l’interpretazione di Dio come ordine necessario della natura, che non può essere diverso da ciò che è e che quindi ha insite in sé le proprie stesse limitazioni.                                                    Ratio et Logica