martedì 6 ottobre 2015

L'elogio della follia

Selezione di brani significativi dal capolavoro di Erasmo da Rotterdam

 

La vita è un dono della follia


11. lnnanzitutto, che cosa può esserci di più dolce e prezioso della vita? ma a chi, se non a me, riportarne la desiderata origine? Non l'asta di Pallade dal padre possente, né l'egida di Giove adunatore di nembi, generano e propagano la stirpe umana. Lo stesso padre degli Dèi e re degli uomini, al cui cenno trema l'Olimpo intero, quando vuol fare quello che poi fa sempre, e cioè generare dei figli, deve deporre quel suo famoso fulmine a tre punte, deve spogliarsi del titanico sembiante con cui spaventa a suo piacimento tutti gli Dèi, e, come un povero commediante qualsiasi, deve assumere la maschera di un altro personaggio. Quanto agli stoici che si credono così vicini agli Dèi, datemene uno che sia stoico magari tre o quattro volte, o, se volete, stoico mille volte! Anche lui dovrà deporre, se non la barba che è l'insegna della sapienza (comune, a dir il vero, con i caproni), certamente il suo sussiego. Dovrà spianare la fronte, mettere da parte i suoi princìpi adamantini, e abbandonarsi un poco a qualche leggerezza e follia. Se vuole davvero diventare padre, insomma, anche quel saggio deve chiamare me, proprio me. E perché, dal momento che sto chiacchierando con voi, non essere più esplicita, secondo il mio costume? E' forse con la testa, col volto, col cuore, con la mano, con l'orecchio (parti considerate tutte oneste) che si generano gli Dèi e gli uomini? No davvero! propagatrice del genere umano è quella parte così assurda e ridicola che non si può neppure nominare senza ridere. Quello è il sacro fonte a cui tutto attinge la vita, quello e non la tetrade pitagorica.
E, ditemi, quale uomo vorrebbe porgere il collo al capestro del matrimonio se prima, secondo la consuetudine di codesti saggi, ne considerasse gli svantaggi? Quale donna accosterebbe un uomo, se conoscesse e avesse in mente i pericolosi travagli del parto, e i fastidi di allevare i figli? Perciò se dovete la vita al matrimonio, e il matrimonio ad Anoia del mio seguito, comprenderete quello che dovete a me. D'altra parte quale donna dopo la prima esperienza vorrebbe riprovarci, se non ci fosse ad assisterla la presenza di Letes? Venere medesima, protesti pure Lucrezio, non negherebbe mai che senza l'aiuto della mia divinità la sua forza sarebbe insufficiente e inutile. Perciò è da quella nostra ebbrezza giocosa che sono nati i filosofi severi, a cui ora sono subentrati quelli che il volgo chiama monaci, e i re ammantati di porpora, i pii sacerdoti, i pontefici, tre volte santissimi. E infine anche tutto quel consesso degli Dèi dei poeti, così affollato che a stento può contenerlo l'Olimpo, pur vasto che sia.

La follia nelle diverse età della vita

13. E, tanto per cominciare, chi non sa che la prima età dell'uomo è per tutti di gran lunga la più lieta e gradevole? ma che cosa hanno i bambini per indurci a baciarli, ad abbracciarli, a vezzeggiarli tanto, sì che persino il nemico presta loro soccorso? Che cosa, se non la grazia che viene dalla mancanza di senno, quella grazia che la provvida natura s'industria d'infondere nei neonati perché con una sorta di piacevole compenso possano addolcire le fatiche di chi li alleva e conciliarsi la simpatia di chi deve proteggerli? E l'adolescenza che segue l'infanzia, quanto piace a tutti, quale sincero trasporto suscita, quali amorevoli cure riceve, con quanta bontà tutti le tendono una mano! Ma di dove, di grazia, questa benevolenza per la gioventù? di dove, se non da me?
 
 
E' per merito mio che i giovani sono così privi di senno; è per questo che sono sempre di buon umore. Mentirei, tuttavia, se non ammettessi che appena sono un po' cresciuti, e con l'esperienza e l'educazione cominciano ad acquistare una certa maturità, subito sfiorisce la loro bellezza, s'illanguidisce la loro alacrità, s'inaridisce la loro attrattiva, vien meno il loro vigore. Quanto più si allontanano da me, tanto meno vivono, finché non sopraggiunge la gravosa vecchiaia, la molesta vecchiaia, odiosa non solo agli altri, ma anche a se stessa. Nessuno dei mortali riuscirebbe a sopportarla se, ancora una volta, impietosita da tanto soffrire non venissi in aiuto io, e, a quel modo che gli Dèi della fiaba di solito soccorrono con qualche metamorfosi chi è sul punto di perire, anch'io, per quanto è possibile, non riportassi all'infanzia quanti sono prossimi alla tomba, onde il volgo, non senza fondamento, usa chiamarli rimbambiti. Se poi qualcuno vuol sapere come opero questa trasformazione, neppure su questo farò misteri.

Conduco i vecchi alla fonte della mia ninfa Lete, che sgorga nelle Isole Fortunate - il Lete che scorre agli Inferi è solo un esile ruscello. Lì, bevute a grandi sorsi le acque dell'oblio, un poco alla volta, dissipati gli affanni, torneranno bambini.  Ma delirano ormai, non ragionano più! Certo. E' proprio questo che significa tornare fanciulli. Forse che essere fanciulli non significa delirare e non avere senno? e non è proprio questo, il non aver senno, che più piace di quella età? Chi non vivrebbe come mostro un bambino con la saggezza di un uomo? Lo conferma il diffuso proverbio: "Odio il bambino di precoce saggezza". E chi, d'altra parte, vorrebbe rapporti e legami di familiarità con un vecchio che alla lunga esperienza di vita unisse pari forza d'animo e acutezza di giudizio? Così, per mio dono, il vecchio delira. E tuttavia questo mio vecchio delirante è libero dagli affanni che travagliano il saggio; quando si tratta di bere, è un allegro compagno; non avverte il tedio della vita, che l'età più vigorosa sopporta a fatica.
 
Talvolta, come il vecchio di Plauto, torna alle tre famose lettere [AMO], che se fosse in senno ne sarebbe infelicissimo. Invece per merito mio è felice, simpatico agli amici, piacevole in compagnia. Del resto anche in Omero il discorso scorre dalla bocca di Nestore più dolce del miele, mentre amare sono le parole di Achille; e, sempre in Omero, i vecchi che se ne stanno seduti insieme sulle mura parlano con voce soave. In questo senso sono superiori alla stessa infanzia, che è sì deliziosa, ma non parla, e, priva della parola, manca del principale diletto della vita, che è quello di una schietta conversazione. Aggiungi che ai vecchi piacciono moltissimo i bambini, e altrettanto ai bambini i vecchi, "perché il dio spinge sempre il simile verso il simile". In che differiscono, infatti, se non nelle rughe e negli anni che nel vecchio sono di più? Per il resto, capelli sbiaditi, bocca sdentata, corporatura ridotta, desiderio di latte, balbuzie, garrulità, mancanza di senno, smemoratezza, irriflessione: in breve, sotto ogni altro aspetto si accordano. Quanto più invecchiano, tanto più somigliano ai bambini, finché, come bambini, senza il tedio della vita, senza il senso della morte, abbandonano la vita.


Gli animali vivono felici

34. Orsù, non vedete che fra le varie specie animali se la passano meglio di tutte proprio le più lontane dalle arti, quelle che hanno per unica maestra e guida la natura? che c'è di più felice o mirabile delle api? E dire che non hanno neppure tutti i sensi. Come potrebbe un architetto realizzare qualcosa di simile alle loro costruzioni? quale filosofo mai fondò una Repubblica come la loro? Il cavallo, invece, poiché è simile all'uomo dal punto di vista dei sensi ed è diventato suo compagno, è anche partecipe delle umane calamità. Non di rado, vergognandosi di perdere in gara, si sfianca nella corsa; in guerra, assetato di vittoria, viene colpito e morde la polvere insieme al cavaliere.
 
Per non parlare del morso, degli sproni aguzzi, della stalla dove è quasi prigioniero, del frustino, del bastone, delle redini, del cavaliere, per dirla in breve, di tutta la tragica schiavitù a cui si è votato spontaneamente nel tentativo di vendicarsi a ogni costo del nemico emulando gli eroi. Quanto più invidiabile la condizione delle mosche e degli uccellini, che vivono alla giornata obbedendo solo al naturale istinto, sempre che lo consentano le insidie degli uomini! Gli uccelli, infatti, chiusi in gabbia e ammaestrati a imitare la voce umana, quanto si allontanano dal primitivo splendore! A tal segno, sotto tutti i rispetti, il prodotto di natura è migliore di quello che l'arte ha adulterato. Perciò non loderò mai abbastanza il gallo in cui si reincarnò Pitagora che, essendo stato tutto, filosofo, uomo, donna, re, principe, privato cittadino, pesce, cavallo, rana e, credo, anche spugna, nessun animale, tuttavia, giudicò più disgraziato dell'uomo, perché, mentre tutti gli altri sono contenti dei loro limiti naturali, soltanto l'uomo tenta di oltrepassare i confini della sua condizione.

La felicità sta in quel che si crede

I savj dicono, che un gran male è l’essere ingannato, ed io invece sostengo, che il non esserlo è il maggiore di tutti i mali. È una grande stravaganza il voler far consistere la felicità dell’uomo nella realtà delle cose, mentre essa propriamente dipende solo dall’opinione. Tutto è nella vita così oscuro così diverso, così opposto che non possiamo assicurarci di alcuna verità. Tale era appunto il principio dei miei accademici, i quali si mostravano in questo meno orgogliosi di tutti gli altri filosofi. Che se vi sono delle verità, le quali per essere ben dimostrate non lasciano luogo a dubbio, dimando io, quanto non disturbino la tranquillità e i piaceri della vita? Gli uomini finalmente vogliono essere ingannati, e sono sempre pronti a lasciare il vero per correr dietro al falso. Ne bramate una prova sensibile e incontrastabile? Andate alle prediche, e vedrete, che quando lo schiamazzatore (oh che ingiuria! perdonatemi mi sono ingannata) voleva dire, quando il predicatore tratta la materia seriamente, e colla ragione alla mano, allora si dorme, si sbadiglia, si tossisce, si soffia il naso, si abbandona il corpo, e si annoia da tutte le parti: ma se l’oratore intesse, come spesso accade, qualche vecchia favoletta, o qualche prodigio di leggenda, allora tosto si scuote l’udienza, si destano i sonnacchiosi, tutti gli uditori alzano la testa, spalancano gli occhi, tendono le orecchie.
 
Non avete mai fatto osservazione, che quando si celebra in chiesa la festa di qualcuno di que’ santi poetici, e romanzeschi, per esempio d’un S. Giorgio, d’un S. Cristoforo, d’una santa Barbara, suole spiegarsi una pompa, ed una divozione assai maggiore di quella, colla quale si festeggiano e S. Pietro, e S. Paolo, ed anche lo stesso Redentore? Ma non è questo illuogo di tal questione. Ritorniamo al nostro assunto. Quanto costa mai poco l’acquisto della felicità d’opinione! Quelli che cercano di riporre la felicità nel godimento delle cose, osservino, di grazia, quali e quante pene sogliono cagionare gli oggetti anche meno importanti. Possiamo giudicarlo dalle sole difficoltà, che s’incontrano nello studio della grammatica. L’opinione all’incontro si concepisce senza sforzo, s’insinua da sè medesima nel cuore, e contribuisce egualmente, e forse più dell’evidenza e della realtà delle cose, alla felicità della vita. Se un affamato mangia dei salumi imputriditi, al cui fetore un altro sarebbe obbligato a turarsi il naso, e li mangia con tanto gusto, come se fossero il cibo più squisito, dimando io, s’egli è per questo meno felice? All’incontro se uno svogliato mangiasse delle vivande eccellenti, ma senza provarne alcun gusto, anzi con nausea, in tal caso ove sarebbe la sua felicità? Per un uomo che abbia una bruttissima moglie, ma che a lui paia perfettamente bella, non è lo stesso come se avesse sposato una Venere?
 
Quello stolto che avendo un cattivo e miserabilissimo quadro, crede di possedere una pittura di Zeusi o d’Apelle, e mai non si stanca di contemplarlo e di ammirarlo, non è egli incomparabilmente più felice di colui, che avendo pagato a caro prezzo un quadro di questi eccellenti pittori, non provasse un egual piacere a contemplare le opere loro? Conosco un uomo, che ha l’onore di portare il mio nome, il quale poco dopo le nozze regalò a sua moglie dei falsi brillanti, ed essendo costui un faceto corbellatore, fece credere alla sposa che quelle pietre fossero buone, e che gli costassero una gran somma. Ora, cosa mancava al piacer della sposa? Ella godeva di ornarsi con questi pezzi di vetro; non si stancava mai di rimirarli, ed era contentissima di possedere questo immaginario tesoro, come se fosse stato reale. Intanto il marito avea risparmiato una spesa non indifferente, e godeva dell’errore di sua moglie, la quale gli professava la stessa obbligazione, come se le avesse fatto un magnifico regalo. Meritano d’esser posti in questa classe gli abitatori della caverna di Platone.
 
 
Vedono gli stolti le ombre, e i simulacri delle diverse cose; gli ammirano; ma non cercano di più, e ne sono contentissimi: osservano anche i filosofi gli stessi oggetti; ma essendo fuori della caverna, ne approfondiscono i misterj. Gli uni e gli altri non ne provano forse lo stesso piacere? Se il ciabattino Micillo, di cui parla Luciano, avesse potuto passare il resto de’ suoi giorni in quel bellissimo sogno che faceva mentre lo hanno svegliato, qual migliore felicità avrebb’egli potuto augurarsi? Non passa dunque alcuna differenza tra i savi ed i pazzi, se pure non sono più felici i secondi. Sì, questi lo sono senz’altro per due titoli, uno, perchè la felicità de’ pazzi non costa niente, basta a formarla un poco di persuasioncella; l’altro, perchè i miei pazzi sono felici insieme con molti altri: imperocché egli è impossibile di gustare un bene, quando si goda solo. I savi poi sono in numero così scarso, che non meritano nemmeno la pena di parlarne, e bramerei anche di sapere s’egli è possibile di rinvenirne qualcuno? Nel corso di tanti secoli la Grecia si vanta d’aver prodotti solo sette sapienti: gran prodigio invero! Il genere umano, se si vuole, è molto debitore a questa felicità della Grecia! Ve ne sono stati dunque sette? Pregate però il cielo che non vi venga il prurito di notomizzarli con accuratezza; altrimenti (vi giuro per Ercole, e ci scommetto la testa) non trovate certamente una metà di filosofo, e forse neppure un terzo.

Monaci e religiosi

~~Dopo costoro viene immediatamente la specie migliore del genere animale; ossia coloro che chiamansi volgarmente monaci o religiosi. Egli è però un abusare grossolanamente de’ termini, chiamandoli al giorno d’oggi con tali nomi. Imperocché, comunemente parlando, non vi sono persone più irreligiose di queste, e siccome il nome monaco significa solitario, parmi che non possa più ironicamente applicarsi a persone, le quali s’incontrano dappertutto, e s’urtano ad ogni passo. Che cosa avverrebbe mai senza il mio soccorso di questi poveri porci degli Dei?
 
Sono talmente odiati che quando per accidente s’incontrano, soglionsi prendere per uccelli di cattivo augurio. Ciò non ostante hanno una cura scrupolosa della loro conservazione, e stimansi personaggi d’alta importanza. La loro principale divozione consiste nel non far nulla, a tal segno che s’astengono altresì dal leggere;
 
e senza prendersi fastidio d intendere i loro salmi, credonsi anche troppo dotti quando ne sappiano il numero; ed allorché li cantano in coro s’immaginano di rapire il cielo coll’asinesca loro melodia. Fra questa variopinta mandra trovansi alcuni, che fanno pompa della loro immondezza e della loro mendicità, e che vanno di casa in casa a questuare; ma con una fronte così sfacciata, che sembrano esigere piuttosto un credito, che dimandar l’elemosina; alberghi, bettole, carri, Barche, vetture, in una parola importunano tutto il mondo con grande discapito de’ veri bisognosi. Ecco in qual modo costoro pretendono rappresentarci, come dicono essi, gli Apostoli colla loro immondezza, colla loro ignoranza, colla loro rozzezza, colla sfacciataggine loro. Nulla di più ridicolo di quell’ordine esatto e preciso, che osservano in ogni loro operazione; tutto si regola da costoro col compasso e colla misura. Le scarpe devono avere tanti nodi, il cingolo dev’essere del tal colore, la veste formata da tanti Spezzi, la cintura della tal qualità e della tal larghezza, la cocolla della tal forma e della tale ampiezza, la cherica di tanti pollici di diametro, devono mangiar alla tal ora, la tale qualità e quantità di cibo; dormire solo tante ore, ecc. Ora ognuno può ben chiaramente comprendere quanto una sì precisa uniformità sia impossibile a conciliarsi coll’infinita varietà del pensare e dei temperamenti.

Nulladimeno da questa metodica esteriorità ritraggono i monaci argomento di disprezzare quelli ch’essi chiamano secolari, e talvolta essa partorisce fra i differenti ordini serie contese, a segno tale che queste anime sante, le quali si vantano di professare la carità apostolica, si vanno vicendevolmente lacerando, e perchè? per un cingolo diverso, o pel colore un po’ più carico della veste; Vi sono alcuni di questi reverendi che mostrano bensì l’abito di penitenza, ma che si guardano ben bene di far vedere la finissima camicia che portano sotto; altri all’incontro portano esternamente la camicia e la lana sulla pelle. I più ridicoli, a mio credere, sono poi quelli, che inorridiscono alla vista del danaro come farebbesi a quella d’un serpente, ma non la perdonano poi nè al vino, nè alle donne.  Non potreste finalmente credere quanto si studino costoro di distinguersi in ogni cosa gli uni agli altri. Imitar Gesù Cristo? Questo è l’ultimo de’ loro pensieri.
 
Eglino si recherebbero ad onta se loro diceste che hanno presa la tale o tal altra cosa da questo o quell’altro instituto. Credete voi che quell’enorme varietà di soprannomi e di titoli non solletichi molto le loro orecchie? Gli uni si gloriano di chiamarsi Francescani, e questo tronco ha per rami i Riformati, i Minori Osservanti, i Minimi, i Cappuccini; altri si dicono Benedettini; questi si chiamano Bernardini, e quelli di santa Brigida; altri sono di sant’Agostino; questi s’appellano Guglielmini, e quelli Giacobiti, ecc.; qualche non bastasse il chiamarsi Cristiani. La maggior parte di costoro confidano tanto in certe loro cerimonie, e in certe tradizioncelle umane, che un sol paradiso sembra ad essi un premio troppo scarso ai meriti loro; ma però Gesù Cristo, sprezzando tutte queste scimiottaggini, non giudicherà gli uomini che sul punto della carità, la quale è il primo de’ suoi comandamenti. Invano costoro nel giorno tremendo del finale giudizio presenteranno a Dio un corpo impinguato con ogni sorta di pesci, invano gli offriranno il canto de’ loro salmi, e gl’innumerabili loro digiuni; invano sosterranno d’essersi rovinato il ventre con una sola refezione; invano produrranno una congerie di pratiche monacali, da potersene caricare almeno sette bastimenti; invano costui si vanterà d’aver passati sessant’anni senza toccar danaro se non con due dita ben bene infardate; invano colui mostrerà la sua cocolla talmente sordida, che perfino un barcaiuolo ricuserebbe di portarla; invano un altro si vanterà d’aver vissuto cinquantacinque anni sempre attaccato al suo chiostro come una spugna. Invano quegli farà vedere che ha perduta la sua voce a forza di cantare, e questi che la lunga solitudine gli ha stravolto il cervello; invano costui dirà che il perpetuo silenzio gli ha intorpidita la lingua, perchè Gesù Cristo interrompendo tante millanterie (giacchè altrimenti non l’avrebbero mai più finita): Da qual paese, dirà egli, viene questa nuova razza di Giudei? Non ho io forse data agli uomini una sola legge? Sì, e quest’unica riconosco veramente per mia. E questi scioperati non me ne fanno neppure parola?
Apertamente, e senza parabole ho promesso in altri tempi l’eredità del Padre mio non alle tonache, non alle orazioncelle, non all’inedia; ma bensì all’osservanza della carità. No, non conosco quelle persone, che apprezzano troppo le pretese loro opere meritorie, e che vogliono comparir più sante di se stesse. Cerchino pure, se loro piace, un cielo a parte; si facciano pure costruire un nuovo Paradiso da coloro, le cui frivole tradizioni hanno preferite alla santità de’ miei precetti. Quale mai non sarà la costernazione di costoro, quando udiranno una sentenza così terribile, e quando vedranno posporsi a barcaiuoli, a carrettieri? Eppure ad onta di tutto questo sono sempre felici nella vana loro speme, la quale altro non è in sostanza che un effetto della mia bontà verso loro. Non posso qui dispensarmi dal darvi un salutare avviso, ed è che non disprezziate mai questa generazione bastarda (e soprattutto i Mendicanti), quantunque viva separata dalla repubblica. Imperocché i frati, per mezzo di quel canale che chiamasi la Confessione, hanno contezza di tutti i più intimi segreti delle persone. Non può dirsi ch’eglino non sappiano essere un capital delitto il rivelare le cose udite nel tribunale della penitenza; ma ciò non ostante non mancano di farlo in diverse congiunture, e principalmente quando essendo allegri e riscaldati dal vino vogliono divertirsi a raccontare dei lepidi fattarelli: egli è vero però che usano in questo tutti i maggiori riguardi, poiché per solito non fanno il nome alle persone. Guai se taluno ha la disgrazia d’irritare questi fuchi della società! La loro vendetta vien pronta come la folgore del cielo subito al primo discorso che fanno al popolo, scagliano i loro dardi contro il proprio nemico, e il padre predicatore lo dipigne così al naturale nelle caritatevoli sue invettive, che bisognerebbe esser cieco a non conoscerne il soggetto; e questo mastino non lascerà di latrare, se non quando, a guisa di ciò che fece Enea col Cerbero, gli avranno chiusa la bocca con degli ingoffi. Giacché parliamo di questi buoni apostoli sul pergamo, ditemi un poco se non è vero che abbandonereste qualunque ciarlatano, qualunque saltimbanco, per correre ad udire i loro ridicoli discorsi? Costoro potrebbersi chiamare con tutt’onore le scimie de’ retori, tanto piacevolmente imitano le regole, che i retori hanno date intorno all’arte del parlare.
Dio buono! osservate come gestiscono, come modulano con maestria la voce, come canterellano, come smaniansi, come si investono della materia, come fanno rimbombare tutta la Chiesa coi loro strepiti e coi loro schiamazzi. Egli è nel silenzio del chiostro che apprendono questa veemente maniera di evangelizzare, la quale si comunica da un fratoccolo all’altro come un segreto di somma importanza. Non essendo io che una divina femminetta non mi è lecito d’essere iniziata a sì profondi misteri; ma però non voglio intralasciare di dirvi quanto ho potuto notare sul punto della loro predicazione. Cominciano sempre i loro pasticci con una invocazione presa in prestito dai poeti; quindi fanno un esordio, che non ha nessuna attinenza col soggetto che devono trattare. Devono, per esempio, predicare la carità? cominciano col fiume Nilo. Devono predicare il mistero della croce? cominciano con Belo, favoloso drago di Babilonia. Devono predicare il digiuno quaresimale? cominciano dalle dodici costellazioni dello zodiaco. Devono predicare la fede? cominciano dalla quadratura del circolo: e così del resto. Io stessa che vi parlo ho inteso una volta uno di questi predicatori, uomo di una follìa consumata (perdonatemi, sbaglio sempre) volea dire di una dottrina consumata.

Quest’uomo dovea spiegare l’impenetrabile mistero della Trinità; ma per far pompa della sublimità del suo ingegno, e per contentare le teologiche orecchie, sdegnò di battere l’usato sentiero. E quale fu dunque la strada che prese? Vi volea proprio un nome grande al par di lui per farne la scelta. Cominciò il suo discorso coll’alfabeto, e dopo avere con una prodigiosa memoria recitato esattamente l’A, B, C, passò dalle lettere alle sillabe, dalle sillabe alle parole, dalle parole alla concordanza del nome col verbo, e col sostantivo coll’addiettivo. Tutta intanto stava sospesa l’udienza, e non pochi si dimandavan l’un l’altro con Orazio, quale potesse essere lo scopo di tante freddure? Ma il padre predicatore sgombrò ben presto l’incertezza degli uditori, mostrando che gli elementi della grammatica erano il simbolo e l’immagine della sacrosanta Trinità; e lo mostrò con tanta evidenza, quanta ne potrebbe appena spiegare un geometra nelle sue dimostrazioni. Bisogna per altro confessare, che questo saggio di sublime teologia era costato un’immensa fatica al nostro non plus ultra de’ teologi, poiché non vi ha impiegato meno di otto buoni mesi. Il pover uomo se ne risente tuttavia, e gli sforzi straordinari fatti per un sì bel capo lavoro lo hanno reso più cieco di una talpa; essendo stata attratta dal suo spirito tutta l’acutezza della vista. Eppure, chi il crederebbe? Egli prova pochissimo dispiacere d’aver perduta la vista; anzi gli pare d’aver ancora comperata la sua gloria a buon mercato. Ebbi ancora il piacere d’ascoltare un altro predicatore della stessa tempra. Era costui un venerabile teologo d’ottant’anni, ma così marcio nella teologia che tutti l’avrebbero preso per l’istesso Scoto risuscitato.
Questo buon vecchio era salito in pulpito per ispiegare l’adorabile mistero del SS. Nome di Gesù. Ah come vi riuscì a maraviglia! Dimostrò l’oratore, ma con una sottigliezza impercettibile, che tutto quanto poteva dirsi a gloria del Salvatore, tutto trovavasi nelle lettere componenti l’augustissimo suo Nome. Sapete voi tutti, o miei signori, la lingua latina? Se mai alcuno non la sapesse potrebbe intanto fare un sonnellino. In primo luogo fece osservare il vecchio cattedrante, che il sostantivo Jesus ha nella sua declinazione soltanto tre casi differenti, il nominativo, l’accusativo e l’ablativo. Rara e curiosa dottrina! Quanto compiango l’ignoranza di quelli, che non ponno assaporarla! Ora che cosa significano questi tre casi? Ma è cosa da dimandarsi? Non si vedono in questi chiaramente espresse le tre divine persone della stessa natura? Ma eccovi ben altra cosa! Il primo di questi tre casi, riflettete bene, termina in s, Jesus; il secondo in m, Jesum; ed il terzo in u, Jesu. Gran mistero, miei fratelli! Queste tre lettere finali vogliono dire che il Salvatore è nello stesso tempo il sommo, il medio e l’ultimo. Restava a sciogliersi una difficoltà più spinosa di tutti quanti i problemi di matematica, e ciò non ostante vi riuscì mirabilmente. Il vecchio barbogio ebbe la felicità di separare il termine Jesus in due parti eguali, Je-us ; ma che ne faremo di quest’s, che avendo perdute le sue compagne, stupisce di trovarsi sola? Un po’ di pazienza, e ben tosto ripareremo al male. Gli Ebrei invece dell’s, pronunziano syn; ora syn in buono scozzese significa peccato: dunque esclamò il predicatore! chi sarà mai tanto incredulo da negare che il Salvatore ha tolti i peccati del mondo? A questa spiegazione non meno profonda che impreveduta, furono presi tutti quanti gli uditori, e principalmente i teologi, d’uno stupore tale, che sembravano tante Niobi; ed io mi posi a ridere così forte, che quasi quasi m’accadeva l’istesso inconveniente che accade al ficulneo Priapo, quando a suo mal costo ebbe la curiosità di spiare i notturni misteri di Canidia e di Sagana.
Infatti gli oratori greci e romani si sono eglino mai serviti nelle loro orazioni di una introduzione così disparata?  Questi uomini grandi giudicavano vizioso un esordio, che non avesse alcuna attinenza col soggetto; e la natura ha insegnato così bene agli uomini questo metodo, che perfino un porcaio, se ha da fare qualche racconto, non incomincia certo con una cosa estranea, ma entra immediatamente a parlare del suo soggetto. I nostri dottissimi frati all’incontro crederebbero di passare per cattivi rettorici, qualora il preambolo, commessi dicono, avesse la più piccola connessione col resto dell’argomento, e qualora non mettessero gli uditori nella necessità di dire: dove va egli per questa strada? In terzo luogo propongono in forma di narrazione qualche passo del Vangelo, ma leggermente ed alla sfuggita; e benché questo esser dovesse il princi« pale loro dovere, pure lo trattano di passaggio, e quasi per incidente. In quarto luogo, come se rappresentassero un nuovo personaggio, muovono una questione teologica, la quale quantunque discovenga moltissimo al loro soggetto, pure la credono così necessaria, che loro sembrerebbe d’aver peccato contro l’arte, se non vi avessero intrusa quella digressione. Egli é in questi passi che i nostri predicatori inarcano superbamente il teologico ciglio, e intronano le orecchie degli uditori coi magnifici epiteti che danno ai loro dottori, di solenni, di sottili, di sottilissimi, di serafici, di santi, d’irrefragabili, ecc. ecc. Egli è pure in questi passi, che a guisa di grandine scaricano un nembo di sillogismi, di maggiori, di minori, di conseguenze, di corollarj, di supposizioni; e spacciano da buoni ciurmadori queste insipide ed insolenti bagattelle della loro scuola ad una moltitudine d’ignoranti. Eccoci giunti finalmente all’atto quinto della commedia, ove per conseguenza è mestiere dimostrarsi più che mai valente nell’arte. Cavano allora dal magazzino della loro memoria qualche strana e portentosa favoletta, tratta forse dallo Specchio storico, o dalle Gesta de’ Romani, la quale poi essi vanno impasticciando ed interpretando nel senso allegorico, tropologico, anagogico, e così pongono fine al loro discorso, il quale, per la mirabile disparità delle sue parti, potrebbesi con tutta convenienza chiamare con Orazio un vero mostro. 
 
Ripassiamo ora alla rinfusa il totale del loro sermoneggiare. I nostri reverendi hanno appreso, non saprei da chi poi lo abbiano appreso, che l’introduzione del discorso deve recitarsi con placidezza e con voce sommessa. Ad osservanza di questa regola parlano così sotto voce nell’esordio, che ci scommetterei, che non intendono neppur essi quel che si dicono; quasiché convenisse parlare per non farsi capir da nessuno. Hanno pure inteso dire, che per muovere gli affetti, l’oratore deve di tempo in tempo impiegare la veemenza dell’esclamazione; quindi fedeli, ma cattivi osservatori di questo precetto, allorquando ognuno crede che siano più che mai tranquilli, tutto ad un tratto e senza veruna ragione, si mettono a gridare come tanti maniaci. Vi dico davvero, che mostrandosi in questo caso più matti che predicatori, si potrebbe con tutt’onoro prescriver loro una buona dose d’elleboro: imperocché si può veramente chiamar pazzo colui, che grida solo per gridare. Avendo inoltre sentito che l’oratore deve animarsi nel progresso del discorso, recitano posatamente i primi periodi di ciascuna parte; a subito dopo, e sempre per cose da nulla alzano la voce con una forza tale, che, quando finiscono, sembra che vogliano cadere in deliquio. Sapendo finalmente i nostri predicatori che le regole della rettorica prescrivono di risvegliare a quando a quando gli uditori con qualche lepido scherzo, si studiano  anch’essi di motteggiare: ma oh Dio come vi riescono a maraviglia! Il fanno proprio come l’asino della favola, quando voleva suonar la lira.
Anche questi cani della Chiesa sanno mordere talvolta, ma però senza far male; cosicché sembrano piuttosto vellicare che ferire. Allorquando poi affettano una grande libertà apostolica, scatenandosi contro i vizj ed i cattivi costumi, è allora appunto che spiegano la maggior adulazione. Predicano finalmente come i ciarlatani; e voi giurereste che questi, sebbene conoscano assai più de’ frati il cuore umano, abbiano imparata dai medesimi l’arte loro: anzi si scopre tanta rassomiglianza nella loro declamazione, che bisogna dire, o che i ciarlatani hanno imparata la rettorica dai nostri predicatori, o che i nostri predicatori hanno studiata l’eloquenza da’ ciarlatani. Con tutto ciò non mancano mai di uditori; ed io stessa sono quella che ha cura di farne ad essi capitare. Vi sono perfino alcuni, che gli ammirano al pari dei Demosteni e dei Ciceroni. Coloro che più di tutti concorrono ad udirli, sono le femminucce, ed i mercanti, di cui i buoni predicatori procurano specialmente di cattivarsi l’affetto. I mercatanti, purché siano adulati e giustificati, fan loro parte volentieri d’una porzione dei beni mal acquistati, poiché risguardano questi donativi come una specie di restituzione. Le donne poi hanno diversi motivi segreti di amare i religiosi quando anche non fosse perché trovano in essi un balsamo ed uno sfogo contro i disgusti e la nausea del nodo coniugale. Parmi d’avervi abbastanza dimostrato quanto mi siano debitrici queste teste incappucciate, le quali con vane divozioni, con ridicole cerimonie, con ischiamazzi e minacce, esercitano sul volgo una particolare tirannia, e ardiscono paragonarsi ai Paoli ed agli Antonj. Ma ben mi accorgo d’essermi soverchiamente trattenuta su questi comici ingrati, i quali sanno egualmente dissimulare i mini favori e tingere d’aver nel cuore la religione, e perciò volentieri gli abbandono.

Il finale

~~Ritorno a S. Paolo: quest’Apostolo parlando di sè medesimo dice: Sopportate volentieri gli stolti ... Ricevete anche me come uno stolto.... Non parlo secondo Dio, ma come se fossi stolto... Noi siamo stolti per Gesù Cristo. Qual gloria per me, che un autore di tanto peso parli così favorevolmente della Pazzia! Eppure lo stesso S. Paolo, non contento di questo, passa perfino ad ordinare la Pazzia come una cosa sommamente necessaria alla salute: Chi di voi, dice, vuol comparir sapiente, divenga pazzo affinchè possa farsi sapiente. Non son forse chiamati pazzi da Gesù Cristo in S. Luca que’ due Discepoli, ai quali si era egli unito per istrada dopo la sua risurrezione? Ciò non ostante questo non mi fa tanta meraviglia, quanto l’Apostolo delle genti, allorché dice: La pazzia di Dio è migliore della saviezza degli uomini. Ora, giusta l’interpretazione d’Origene, applicar non si può questa pazzia all’opinione degli uomini. Dello stesso genere è pur questo passo: Il mistero della croce è una pazzia per quelli che periscono. Ma perchè stancarmi in produrre tante testimonianze? L’uomo Dio rivolgendosi a suo Padre non gli dice forse nei Salmi: Tu conosci la mia pazzia? Non è dunque senza motivo, o per dir meglio è visibilmente per questa ragione, che i pazzi sono maggiormente prediletti da Dio. Per tal rispetto l’Essere supremo rassomiglia ai prìncipi della terra, imperocché queste mortali divinità comunemente non amano gran fatto le persone sensate ed oneste; Cesare infatti temeva assai più Cassio e Bruto, che ghiottissimo Antonio; Nerone non potea soffrir Seneca; Platone restò deluso presso Dionigi il tiranno : ma per converso trattano di buon grado cogli stupidi, coi semplici e coi goffi. Anche l’uomo Dio condanna sempre, e detesta quei savi che confidano soltanto nella loro filosofia. S. Paolo lo dice netto e schietto: Dio ha scelto tutto ciò che v’ha di stolto nel mondo.... Dio ha giudicato conveniente di salvare il mondo colla pazzia: certamente perchè non l’avrebbe potuto salvare colla saviezza. Dio medesimo dice per bocca del profeta Isaia: Io confonderò la sapienza de saggi, e riproverò la prudenza de’ prudenti.
L’umanità di Gesù Cristo non rende forse grazie alla Divinità d’aver nascosto ai sapienti il mistero della salute, e d’averlo rivelato ai piccoli, vale a dire ai pazzerelli, giusta la forza e l’energia del vocabolo greco? Con questa ragione possiamo ancora spiegare quella continua guerra che il Salvatore, come vedesi nel Vangelo, ha sempre fatta ai dottori della legge, agli scribi ed ai farisei, nel tempo stesso che costantemente portava le parti del volgo ignorante. Guai a voi, ei diceva, o scribi e farisei! Una tale imprecazione non significa lo stesso, che guai a voi o saggi? Finalmente il Padrone dell’Universo non soleva conversare se non con fanciulli, con donnicciole e con pescatori. Parimente fra tante specie d’animali, Gesù Cristo ha prescelto quelle che più s’allontanano dall’accorgimento della volpe; ha scelto un umile asinello per suo carro di trionfo, mentre avrebbe potuto calcare un superbo leone.
 
Lo Spirito Santo è disceso sulla seconda Persona della Santissima Trinità non già in forma d’aquila e di sparviero, ma bensì di colomba, il più semplice fra gli uccelli. Inoltre la Sacra Scrittura parla spesso di quegli animali che hanno un istinto molto limitato, come sono i cervi, i muli e gli agnelli. Non chiama forse Gesù Cristo col nome di pecore coloro che sono eletti a godere con lui il suo regno de’ cieli? Ora ove trovasi mai un animale più stupido della pecora? Anticamente solevasi per disprezzo ed ingiuria dare un tal nome alle persone stupide ed idiote. Di più in conseguenza del paragone degli eletti colle pecore, Gesù Cristo si gloria del titolo di pastore, ed ama pure moltissimo il nome d’agnello!;
infatti San Giambattista lo fa conoscere sotto un tal nome quando dice: Ecco l’Agnello di Dio; e sotto questa figura vien parimente rappresentato in diverse visioni dell’Apocalisse. Ma quali saranno dal fin qui detto le nostre conseguenze? Eccole; gli uomini sono matti, senza nemmeno eccettuar coloro che fanno professione di pietà. Gesù Cristo, il quale è la sapienza del Padre, si è reso come stolto unendosi personalmente alla natura umana, in quella guisa che si è fatto peccato per redimere il peccato. Osservate come il Salvatore ha compito degnamente questo suo disegno. Avendo stabilito ne’ suoi decreti di riscattare gli uomini colla pazzia della croce, impiega all’esecuzione del suo disegno degli Apostoli rozzi ed idioti, raccomanda loro caldamente di schivare la saviezza e di seguire la follia, propone loro inoltre per esempio i fanciulli, i gigli, la senape, i passeri; cose tutte senza artifizio e senza inquietudini, e che seguono solo le leggi della natura e il meccanismo del loro istinto. Questo legislatore vieta loro di prepararsi allorché dovranno comparire innanzi ai tribunali de’ re e de’ presidî; non vuole che pensino al dimani, nè che osservino la misura del tempo, per timore che, confidando nella loro sapienza, non s’abbandonino interamente alla sua provvidenza. Fu pure per questa ragione, che il grande Architetto dell’universo proibì a quella bellissima coppia di sposi, che primi Egli avea formati e uniti in matrimonio, proibì, dico di gustare del frutto dell’albero della scienza del bene e del male, sotto pena della sua disgrazia e della morte. Gran prova che la scienza è il veleno della felicità! S. Paolo la rigetta come perniciosa, quando dice che gonfia il cuore e credo che S. Bernardo parlasse giusta il sentimento di questo Apostolo, quando chiama monte del sapere quel monte, su cui il superbo Lucifero avea posto sua dimora. Non parmi dover passare in silenzio quel sommo credito ch’io godo in cielo, poiché ivi s’ottien facilmente grazia sotto il mio nome, mentre non giova impiegarvi il favore della saviezza Ha peccato un uomo con cognizione di causa? Non crediate già ch’ei cerchi d’allegare il suo sapere; ma si reputa bensì felice se può coprirsi col manto della pazzia. Egli è per questo che Aronne, nel libro XII dei Numeri, se pure non m’inganno, volendo implorar perdono per sua moglie, esclama: Vi prego, o Signore, di non opporci questo peccato che stoltamente abbiamo commesso! Così Saule per iscusarsi con Davide: Si vede bene, ei dice, che ho agito da pazzo? Davide medesimo, cercando di piegare la divina vendetta: Signore, esclamava, vi supplico di cancellare questa iniquità dalla partita del vostro servo, perchè abbiamo pazzamente operato! Voi vedete bene che non credeva d’esser esaudito, se non adduceva per iscusa la sua stoltezza e la sua ignoranza. Ma fra tutte le prove, quella che taglia la testa al toro è la preghiera, che fa il Salvatore sopra la croce pei suoi crocifissori: Padre, perdonate loro, ei dice, e questo Dio moribondo non adduce altra scusa in loro favore, se non la stoltezza, soggiugnendo: Poiché non sanno ciò che si facciano. Così S. Paolo a Timoteo: Dio mi ha usato misericordia, perchè la mia incredulità era l’effetto della mia ignoranza? Ma cosa vuol dire questa ignoranza? Non vuol piuttosto significare stoltezza che malizia? Quale è il senso di queste parole: Iddio mi ha usato misericordia, perchè ecc. ? Non è forse quello di dimostrare chiaramente che senza il credito, e la raccomandazione della pazzia non avrebbe S. Paolo ottenuta alcuna misericordia? Il mistico Salmista si è pure mostrato del mio parere in quel passo che mi son dimenticat di mettere a suo luogo: Degnatevi, Signore, dimenticare i delitti della mia gioventù e le mie ignoranze. Avete voi ben riflettuto a questo divino Cantore?
Si scusa per due titoli, uno per la gioventù, età di cui sono la fedele e inseparabil compagna; l’altro per le ignoranze: ma notate che qui esprime la propria col numero plurale, onde mostrare l’immensa forza della sua pazzia. Per troncare più presto un compito che per sé stesso non finirebbe mai, voglio farvi vedere in succinto, che la religione cristiana mostra uniformarsi perfettamente alla pazzia, e non avere alcuna attinenza colla saviezza. Siccome questa proposizione sembra un vero paradosso, così non sono tanto irragionevole da pretendere che mi crediate sulla mia buona fede; per conseguenza vengo alle prove. In primo luogo vediamo che quelli, che con maggior sollecitudine intervengono ai sagrificj, ed alle altre cerimonie del culto, non sono già le persone più sensate; ma bensì i giovinetti, i vecchi, le donne, e gl’ignoranti. E d’onde mai nasce in questi il desiderio d’avvicinarsi cotanto all’altare, e il trasporto che hanno per la divozione? Nasce da un impulso totalmente meccanico della natura. In secondo luogo i fondatori della cristiana religione, facendo professione di una maravigliosa semplicità, erano i nemici più dichiarati dello studio e delle scienze.
 
Finalmente è impossibile di trovar dei pazzi più stravaganti di coloro che s’abbandonano interamente all’ardore della pietà cristiana. Essi gettano il danaro come l’acqua, disprezzano ingiurie, si lasciano ingannare, non fanno alcuna differenza tra gli amici e i nemici, la voluttà fa loro orrore; l’astinenza, le vigilie, le lagrime, i patimenti, gli oltraggi: ecco tutte le loro delizie; inoltre odiano la vita, desiderano la morte: cosicché si direbbe che sono assolutamente privi del senso comune, e che sono corpi senz’anima e senza sentimento. Che nome daremo mai a costoro, se non si conviene loro quello di pazzi? Perciò non deve sembrarci strano, se i Giudei credeano che gli Apostoli fossero ubbriachi. Il giudice Festo non avea forse ragione di prendere S. Paolo per uno stravagante? Ma giacchè mi sono eretta, senz’accorgermi, a saggia ed a ragionatrice, voglio sostenere la quistione fin all’ultimo punto. Coraggio, bellissimo mio spirito! Sosteniamo innanzi a questi uditori, innanzi a questa illustre società di pazzi  una tesi tutta nuova e inaspettata. Sì, miei cari signori, voglio mostrarvi che la felicità de’ cristiani, che quella felicità, di cui vanno in traccia con tante pene e tanti travagli, non è che una specie di follia e di furore. Come! voi mi sogguardate torvi e sdegnosi? Adagio, adagio; non ci fermiamo alle parole, poiché queste non sono che suoni articolati ed arbitrari; attacchiamoci soltanto all’esame della cosa. Entro in materia. Il sistema del cristianesimo intorno alla vera felicità della vita s’avvicina moltissimo a quello dei Platonici. Giusta il principio fondamentale di questi due sistemi, l’anima è imprigionata nel corpo, è legata dai nodi della materia, è talmente oppressa dal peso della macchina organica, che a grande stento può scoprire e gustare le verità. Per questa ragione Platone ha definito la filosofia: La meditazione della morte; imperocché tanto la filosofia, quanto la morte distaccano l’animo nostro dalle cose visibili e corporali. Perciò fino a tanto che l’anima impiega gli organi del corpo secondo la naturale economia, suol chiamarsi savia e sana; ma quando essa, rompendo i suoi legami, procura di fuggire dal suo carcere, e di mettersi in libertà, allora dicesi trovarsi in uno stato di pazzia. Se questo disordine nasce da malattia, o da alterazione degli organi, allora da tutti suol chiamarsi furore. Noi per altro vediamo alcuni di questi felicissimi pazzi che predicono l’avvenire, che possiedono delle lingue e delle scienze senza averle mai apprese, e che mostrano di avere in sé stessi qualche cosa di divino.
 
D’onde può mai nascere un tal prodigio? Parmi senza dubbio che ciò provenga dall’anima, la quale fattasi un poco più libera dalla servitù del corpo, comincia a spiegare la sua forza naturale. Credo pure che provenga da questa causa anche quella facoltà che mostrano i moribondi di dire cose prodigiose come fossero inspirati. Se l’amore e lo zelo della pietà producono quest’alienazione dei sensi, non sembra, è vero, lo stesso genere di pazzia; ma però talmente vi si avvicina, che d’ordinario gli si dà lo stesso nome. Infatti chi non tratterebbe da pazzi, anzi da pazzi in sommo grado, quegli omicciuoli che menano una vita del tutto diversa da quella degli altri mortali? Qui viene benissimo in acconcio quell’idea di Platone, allorquando s’immagina una caverna tutta ripiena di persone ivi arrestate, e che essendo riuscito ad uno di questi prigionieri di fuggirsene, andò lungo tempo qua e là errando; quindi essendovi di nuovo ritornato, gridò ad alta voce ai suoi compagni: Oh miei cari amici, quanto mi fate pietà! Voi qui non vedete che ombre e fantasmi, in una parola voi siete veramente stolti; ben diverso è il mio stato, imperocché non ho vedute che cose sensibili, esistenti e reali. Quando dal canto loro i carcerati, i quali non sono mai usciti del sotterraneo, guardandosi tra loro in faccia con stupore esclamano: « Che vuol dunque dirci questo pazzo? Senza dubbio egli ha perduto il cervello ». Lo stesso accade ordinariamente degli uomini; quelli che sono più sensuali ammirano maggiormente le cose materiali; e quasi credono che non esistano altre cose; all’incontro coloro che si sono consecrati alla pietà, quanto più un oggetto ha relazione col corpo, tanto meno ne fan conto, e passano la vita sempre immersi nella contemplazione delle cose invisibili. La principale occupazione de’ mondani è quella di accumular sempre ricchezze, e contentare in tutto e per tutto il proprio corpo; poco o nulla curandosi dell’anima, l’esistenza della quale si mette perfino in dubbio da molti, essendo essa invisibile. Le persone all’incontro, infiammate dal fuoco della religione, prendono una strada totalmente opposta, e ripongono tutta la loro confidenza in Dio, il quale è il più semplice di tutti gli esseri: dopo di lui, e dipendentemente da lui, pensano all’anima loro, come a quella cosa che maggiormente alla Divinità s’avvicina. Quindi non prendonsi alcun pensiero del corpo e non solo deprezzano i beni di fortuna, ma ben anche li rifiutano; e se per dovere sono obbligati come padri di famiglia a pensare agl’interessi temporali, vi s’inducono contro voglia, e ne provano un vivo 81 rincrescimento; poiché Hanno come se non Avessero, e Possiedono come se non Possedessero. Esistono ancora molti altri gradi di differenza tra quelli che s’occupano soltanto del corpo, e coloro che si danno interamente alla pia coltura dell’ anima: per meglio distinguere questi gradi stabiliamo un principio incontrastabile. Sebbene tutti i sentimenti dell’anima abbiano una corrispondenza necessaria col corpo, ve ne sono però di due sorta: gli uni sono più materiali, come il tatto, l’udito, la vista, l’odorato e il gusto; gli altri hanno minor relazione cogli organi, come sono la memoria, l’intelletto e la volontà.
Ne segue che l’anima ha maggiore o minor forza a proporzione ch’ella s’applica più o meno a questi diversi sentimenti. Ragioniamo adesso su tal supposto. Siccome coloro che s’abbandonano totalmente alla pietà si rendono per quanto ponno superiori ai sensi del corpo, e li mortificano a tal segno, che perdono finalmente ogni sensibilità; come per esempio un S. Bernardo, il quale, secondo la leggenda, bevea senza accorgersi l’olio pel vino:  così i sensuali hanno un grande vigor d’animo pei sensi del corpo, ed una debolezza estrema per quelli dell’anima. Inoltre vi sono alcune passioni che risguardano il corpo più davvicino, come l’amore, la fame, la sete, il sonno, la collera, la superbia, l’invidia, alle quali i veri divoti, se pur ve ne sono, fanno una perpetua guerra, mentre i seguaci della natura credono di non vivere senza queste cose.


Altre poi ne esistono che tengono un luogo di mezzo, e che credonsi naturali; per esempio, amare la patria, i parenti, i suoi diletti figli, i vicini, gli amici: quasi tutti gli uomini accordano qualche cosa a queste passioni; ma le persone pie fanno ogni studio per istrapparsele dal cuore, o almeno per ispiritualizzarle. Un figlio, per esempio, ama suo padre; credereste voi forse ch’egli onorasse la paternità, che amasse colui, dal quale ha ricevuta la vita? Oibò! Che dono mi ha fatto mio padre, dice questo santo, col darmi questo corpo miserabile, che è il mio peggior nemico? E poi anche questo lo devo a Dio, amico e vero autore del mio essere; io amo mio padre come un uomo, in cui risplende l’immagine di quella suprema intelligenza che è il bene supremo, e fuori della quale nulla v’ha nè di amabile, nè di desiderabile. Con lo stesso regolo le persone di mortificazione misurano tutti i doveri della vita, di modo che se non disprezzano generalmente tutte le cose visibili, le mettono per lo meno infinitamente al disotto delle invisibili. Arrivano perfino a dire che nei sacramenti, e nelle altre funzioni del culto, non esisterebbe la materia senza lo spirito. Nei giorni di digiuno credono che sia quasi un nulla l’astinenza dalle carni e dalla cena; sebbene la moltitudine faccia consistere in questi due punti tutto l’obbligo del precetto. I divoti vi dicono che bisogna digiunare collo spirito, domare le proprie passioni, sopprimere la collera e l’orgoglio, affinchè l’anima, più sgombra dalla massa del corpo, possa meglio gustare i beni del cielo. Il medesimo accade intorno alla messa; sebbene noi non disprezziamo, dicono essi, tutto ciò che compare visibilmente in questo sagrifizio, tuttavia i segni non meno che le cerimonie sarebbero inutili, e forse anche perniciose, se non vi entrasse il soccorso dello spirito. Rappresentando questo mistero la passione del Salvatore, fa mestieri che la rappresentino anche i fedeli col domare, spegnere e seppellire le loro passioni, a fine di risorgere a nuova vita, e di unirsi a Cristo ed alle sue membra. I santi sogliono assistere alla S. Messa con tale disposizione; ma non così la maggior parte degli uomini, perchè non riconoscendo in questo sagrificio che l’obbligo di assistervi, si contentano di guardare, di udire, di stare attenti al canto ed alle cerimonie. Non è però soltanto nelle cose da me or ora riferite per modo d’esempio, che gli uomini più rompono ogni commercio coi corpi e colla materia; ma, per sollevarsi ai beni eterni, invisibili e spirituali, fanno generalmente lo stesso in tutto ciò che accade nel corso della vita. Poiché dunque i divoti e gli indivoti sono tra loro in una perfetta opposizione, voi vedete bene che devono risguardarsi vicendevolmente come tanti pazzi; ma io vi giuro, in fede di pazzia, che i naturalisti hanno ragione in questa contesa, e che i divoti sono quelli che meritano il titolo di pazzi.

 
Voi stessi non potrete negarlo, quando vi avrò brevemente dimostrato, che quella infinita ricompensa alla quale corron dietro con tanta ansietà, non è che una specie di furore. Convalido il mio sentimento con un oracolo del divino Platone: Il furore degli amanti, dice questo filosofo entusiasta, è il più felice di tutti. Infatti un amante passionato non vive più in sè stesso, ma nella persona che si è impadronita del suo cuore; e quanto più esce da sè medesimo per trasfondersi nell’oggetto del suo amore, tanto più sente raddoppiarsi il suo piacere. Non avremo noi egualmente ragione di qualificare col nome di furore anche lo stato di un’anima divota che arde di desiderio di giugnere alla perfezione evangelica, e che cerca solo di uscire dal suo corpo col disprezzo dei sensi? Richiamatevi alla memoria questi modi di dire che si usano frequentemente: Colui è fuori di sé . . . Rientra in te stesso . . . È ritornato in sè. Inoltre, secondo l’idea di Platone, dal grado dell’amore bisogna misurare la grandezza del furore e della felicità. Quale dunque sarà la vita dei beati in paradiso? vita che le anime divote sospirano con tanto trasporto. Siccome in quello stato di godimento perfetto e sempre nuovo, l’anima vittoriosa e trionfante assorbirà il corpo; così questo assoluto dominio, nonché abbia a cagionare la più piccola pena, diverrà anzi naturale, e lo spirito si troverà come nel suo regno, e godrà il frutto degli sforzi fatti per ridurre il corpo in una perfetta schiavitù. L’anima inoltre verrà in modo incomprensibile come assorta in quella suprema intelligenza, da cui è infinitamente superata; sicché l’uomo sarà fuori di sè, e non sarà beato, se non perchè trovandosi più in sè stesso riceverà una inesprimibile felicità da quel supremo Bene, che tutto attrae a sè. Ma quantunque questa felicità consumar non si possa che colla riunione dell’anima col corpo, pure essendo la vita de’ Santi in terra una continua meditazione e un’ombra delle gioie ineffabili del Paradiso, ne nasce che cominciano a gustare anticipatamente in questo mondo la ricompensa che loro è promessa. Egli è bensì vero che in confronto dell’eterna beatitudine, non è che una stilla ed un’ombra quella che provano i divoti su questa terra;
ciò non ostante questa stilla e quest’ombra è incomparabilmente superiore a tutti i piaceri del senso, quantunque si potessero tutti godere in un solo istante: tanto è vero che le cose spirituali superano infinitamente le materiali, e che i beni invisibili sorpassano di lunga mano i visibili. Questo però è quanto promette un profeta dicendo: L’occhio non ha veduto, l’orecchio non ha udito, non è arrivato al cuor dell’uomo quanto ha preparato Dio a quelli che lo amano. Questo è quel genere di pazzia il quale, non che si perda allorché si passa dalla terra al cielo, acquista anzi il suo ultimo grado di perfezione. Per parlarvi nuovamente di quelli, ai quali Iddio, per un favore affatto particolare, fa gustare anticipatamente le delizie della beatitudine, vi dirò che sono in piccolissimo numero, che sono per altro soggetti a certi sintomi, che rassomigliano moltissimo a quelli della pazzia: imperocché le loro parole sono mal connesse, e fuor dell’uso umano, o per dirla più schietta non sanno quel che si dicono; il loro volto si cambia ad ogni momento; ora allegri, ora malinconici, piangono, ridono, sospirano, in una parola sono affatto fuori di sé stessi. Ripigliano per avventura i loro sentimenti? Protestano di non sapere positivamente d’onde vengano, né se vi siano stati soltanto in anima od anche in corpo; se desti erano, oppure addormentati; di tutto ciò poi che hanno veduto, udito, detto, o non si ricordano, o ne hanno un’idea così confusa, come se avessero sognato. Non sanno che una cosa sola, ed è: che si trovavano felicissimi nel loro delirio, per cui soffrono con dispetto la convalescenza del loro cervello, e tutto sacrificherebbero di buona voglia per essere perpetuamente pazzi a queste condizioni. Eppure tanta felicità non è che un tenuissimo briciolo della mensa celeste: immaginatevi da questo che sarà l’eterno convito! Ma parmi che già da gran tempo, senza riflettere a ciò che sono, vada oltrepassando ogni confine. Pertanto, se troppo, e troppo arditamente ho cicalato, sovvengavi che sono donna e son la Pazzia; ma nello stesso tempo non dimenticate quest’antico proverbio de’ Greci: Spesso anche l’uomo pazzo ha parlato giudiziosamente: se già non pretendeste che questo proverbio non comprenda le donne, poiché dice uomo e non donna. Voi vi aspettate un epilogo di quanto vi ho detto fin’ora? Io ve lo leggo in volto; ma siete veramente stolti, se v’immaginate ch’io abbia potuto ritener a memoria tutta quella farragine di parole che vi ho spacciata.
 
Invece d’epilogo vi voglio regalare due sentenze; la prima antichissima, ed è questa: Non vorrei mai bere con un uomo che si ricordasse di tutto; nuova la seconda, ed è: Odio l’uditore di una troppo felice memoria. Per la qual cosa state sani, applaudite, vivete, bevete, o celeberrimi iniziati ai misteri della Pazzia. Fine dell’elogio della pazzia.

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